Gabbiano ucciso, oggi le prime denunce
Il filmato girato dagli autori del gesto è circolato per settimane su whatsapp: da qui ha preso il via l’inchiesta dei carabinieri
INVIATO A LA CALETTA. Ha girato per settimane da un telefonino all’altro, il video in cui un gabbiano catturato su un peschereccio viene fatto esplodere con un petardo. Realizzato alla fine dell’estate, ha viaggiato su whatsapp sino a quando qualcuno si è reso conto della gravità del gesto e lo ha reso di dominio pubblico su internet, dando sostanzialmente il via alle indagini dei carabinieri. Indagini che non sono ancora concluse, ma che lo saranno stamane con la formalizzazione delle accuse nei confronti delle persone coinvolte: al momento il reato ipotizzato, almeno per uno dei protagonisti del video, cioè colui che tiene fermo il gabbiano per legargli al collo il petardo e poi commenta in diretta la sua morte per esplosione, sarebbe uccisione di animali, in base all’articolo 544 bis del codice penale, che così recita: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni». Non si sa ancora se la seconda persona coinvolta nell’inchiesta (presumibilmente colui che ha realizzato il video con un telefonino e ha acceso la miccia del petardo) dovrà rispondere della stessa accusa, o se nei suoi confronti si procederà per maltrattamento di animali.
I precedenti dei delfini. Alla Caletta intanto non si parla d’altro, non solo al porto o nei bar abitualmente frequentati dai pescatori, che in generale hanno parole di condanna per l’episodio. In paese l’indignazione è ancora più forte, pari a quella suscitata sui social media dalla diffusione del filmato. Tra i pescatori prevale l’amarezza per un episodio che getta una luce sinistra sulla categoria, anche se proprio alla Caletta alcuni anni fa venne scoperto un delfino ucciso a fucilate e pochi mesi fa è stata trovata a poca distanza dal porto la carcassa di un altro delfino ucciso a coltellate. Questo mammifero marino, come è noto, a torto o a ragione è un po’ la bestia nera della categoria (e viceversa, perché molti delfini muoiono a causa delle reti dei pescatori)perché causa la rottura delle reti. Ed è frequente la pratica di allontanarli utilizzando petardi simili a quello che ha provocato la morte del gabbiano.
Un potente esplosivo. A questo proposito va detto che non si tratta di un banale petardo, ma sostanzialmente di una piccola bomba, in grado di provocare ferite gravi se ci si trova nelle immediate vicinanze dell’esplosione: sulla potenza del Lupo 26 (il nome si legge chiaramente nel video) c’è una vasta letteratura su internet. Al punto che il ministero dell’Interno lo classifica nella categoria IV, cioè quei prodotti pirotecnici che possono essere venduti solo «a persone munite di specifiche licenze di polizia (porto d'armi, nulla osta all'acquisto)».
Ma come si è giunti all’individuazione degli autori del reato? Venuti a conoscenza del video, i carabinieri della compagnia di Siniscola, coordinati dal capitano Andrea Senes, con la collaborazione del comandante della Guardia Costiera della Caletta, Mario Cubeddu, e del Corpo forestale, hanno analizzato la posizione della barca (presumibilmente di fronte alla costa di Posada) e alcuni particolari utili a individuare il peschereccio. Il commento in diretta del protagonista («Il gabbiano kamikaze ha sbagliato a salire sulla barca») e altri indizi hanno portato alla sua individuazione: si tratterebbe di un giovane attorno ai trent’anni, che non è neppure un pescatore professionista ma avrebbe altre attività, tra cui anche la pastorizia, “sbarcato” dal peschereccio di piccolo strascico al termine dell’ultima stagione estiva.
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