Pecore nere, testi sotto torchio
Il processo per l’esplosione a Ottana Energia: l’ingegner Mameli esclude la fuoriuscita di polveri
NUORO. «Ricorda o ha saputo dopo da qualche suo collega cosa è accaduto nello stabilimento di Ottana Energia la notte del 14 aprile 2013?» chiede il pm Andrea Vacca. «C’è stata una variazione di vapore ceduta alla turbina: questo è ciò che penso che sia successo. I miei colleghi mi dissero che quella sera ci fu un rombo fortissimo, era fuoriuscito il vapore, ma non contiene polvere, è acqua demineralizzata» gli risponde Andrea Mameli, ingegnere e all’epoca dei fatti consulente dell’azienda di Ottana e addetto al controllo dei dati sulle emissioni, sulle soglie e sui parametri previsti dalle norme. Dopo un lungo preambolo di domande introduttive, va dritto alla nota dolente, il pubblico ministero al processo che vede l’amministratore delegato di Ottana Energia, Paolo Clivati, e il direttore dell’impianto, Mario Tatti, – entrambi difesi dagli avvocati Basilio Brodu e Marcello Mereu – a giudizio con l’accusa di aver sottoposto l’impianto a una sperimentazione non autorizzata che prevedeva l’utilizzo di una miscela di acqua e carbone, il Cwf, al posto di quello di solito utilizzato e autorizzato: l’olio combustibile chiamato Btz.
Una miscela che secondo l’accusa, tra le 23 e le 24 del 14 aprile 2013 aveva provocato una anomala fuoriuscita di emissioni. Una vera esplosione di polvere nera che dal camino della caldaia – sempre secondo quanto sostenuto dall’accusa – aveva raggiunto le campagne e alcuni allevamenti tra Ottana e Noragugume, e si era depositato su quei terreni e sullo stesso bestiame causando una quantità consistente di danni.
«Nel report di quella notte, dove venivano registrati i parametri, aveva rilevato anomalie?», chiede ancora il pm Vacca. «A memoria non ricordo – risponde il teste Mameli – mi sembra che ci fossero anomalie sulla portata del vapore che era rimasto inchiodato, bloccato dall’unica caldaia accesa. Quella domenica io non ero in azienda, il giorno dopo sì. Ora so che quel giorno si era aperta una valvola di sicurezza». «Perché si era aperta?», insiste la pubblica accusa. «Per una variazione di pressione di una linea», risponde l’esperto. Poco dopo, e in seguito ad alcune contestazioni, il pm si fa ancora più esplicito: «In quel caso c’è stata qualche anomalia nella somministrazione di combustibile?». «No – risponde il teste – di anomalo, per il funzionamento dell’impianto, non c’è stato nulla». «Quella sera veniva usato olio combustibile o altro?», chiede ancora Vacca. «Noi usavamo olio combustibile. Dal 2005 al 2008, però. c’è traccia di alcune prove sperimentali per utilizzare carbone liquido, Cwf. So che c’era una richiesta in corso per poterutilizzare di nuovo quel combustibile. I primi carichi di Cwf erano stati portati in azienda da un’azienda di Santa Giusta, verso novembre-dicembre 2012, venne stoccato in un serbatoio sotto la caldaia C200».
«La società Ottana Energia – spiega poco dopo in aula l’allora dirigente del settore Ambiente della Provincia di Nuoro, Cecilia Sotgiu – era titolare di un’autorizzazione concernente solo le emissioni in atmosfera, essendo ancora in itinere l’autorizzazione per l’impatto ambientale. Il combustibile che si utilizzava allora era a base di zolfo, Ottana Energia aveva chiesto di poter sperimentare una miscela di acqua e acrbone. Ce lo hanno comunicato e noi, come prevede la norma, abbiamo risposto entro i 60 giorni. A Ottana Energia abbiamo comunicato che avevamo chiesto il parere dell’Arpas e che eravamo in attesa di questo parere prima di valutare come non essenziale questa modifica».
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