La Nuova Sardegna

Nuoro

«No al parco del Gennargentu»

di Francesco Pirisi

Il Movimento Pro Territorio contro la proposta portata in Regione dai sindacati confederali

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NUORO. Al minimo accenno di un parco naturalistico nel Gennargentu il Movimento sardo Pro territorio solleva lo scudo e dice “no”. Così come ha fatto per gli oltre dieci anni quando l’oasi tra le scogliere di Cala Gonone e punta La Marmora sembrava fattibile, in attuazione della legge 394 del parlamento sulle aree protette. Il progetto è tornato al centro delle ipotesi di sviluppo economico su proposta dei sindacati confederali di Cgil, Cisl e Uil del Nuorese, che l’hanno inserito nei tavoli tematici aperti con la Regione. Per la verità un’idea diversa da quella che nel 1998 ha scatenato di nuovo la guerra in Barbagia, all’indomani dell’intesa sull’istituzione del parco tra la Regione e il Governo. Nessuna creazione e imposizione governative, «ma un’area protetta pianificata nel territorio, dalle comunità, chiamate anche a gestirla», è stata la spiegazione del segretario locale della Cisl, Michele Fele.

Il cambio dei segni particolari sul progetto riproposto nell’ultimo anno, e in attesa di confronto con l’amministrazione regionale, passa tuttavia inosservato nell’orizzonte del Movimento Pro Territorio. Il coordinatore Alessio Pasella prende carta e penna per lanciare una sfida a tutto campo: «Riteniamo di estrema gravità, provocatoria e priva della cultura dello sviluppo la proposta dei sindacati confederali per la riesumazione del parco, perché tesa a innescare un nuovo conflitto sociale con le popolazioni». Il limite più grosso per pensare a una stagione di confronto e di riorganizzazione dei comuni intorno alla riserva barbaricina è per Pasella la legislazione, quella della legge del 1991, che insieme al Gennargentu è stata alla base dell’istituzione di un gruppo di aree naturalistiche da sud a nord dello stivale. «In questi anni la legislazione è rimasta quella della 394, nonostante vi siano state anche dalla Sardegna numerose richieste di modifica. Questo significa che un parco oggi nascerebbe con una serie di vincoli e divieti che limitano in maniera sostanziale tutte le attività, a iniziare da quelle economiche». La prova Pasella e il suo movimento la portano dando uno sguardo alle aree protette italiane, «dove c’è un turismo di piccoli numeri e un’economia al tappeto».

Dal “no” al vecchio progetto alla proposta alternativa: «La valorizzazione dei boschi e dei monti, del mare, con forme di turismo sostenibile, nel cui quadro far rivivere le attività artigianali e imprenditoriali. Senza il feudo chiuso dell’ente parco, ma al contrario la possibilità per le popolazioni di continuare a godere delle antiche servitù e degli usi civici». Dal legnatico al pascolo, alla caccia, ritornano i giorni in cui Pasella con i soci fecero la guerra per evitare che avessero effetto i vincoli nati con la firma dell’intesa e il successivo decreto del presidente della Repubblica, pubblicato nell’ottobre del 1998. Scontri con i forestali e le altre forze dell’ordine, in una sfida che si placò solo con le ripetute sospensioni da parte del ministero delle misure di salvaguardia, andate a morire per inedia. Situazioni che è facile ritenere non torneranno più. La legge nazionale certo è sempre in essere, ma sono cambiati i tempi, gli uomini e con loro i convincimenti. Rimane invece in piedi la necessità di dare linfa alle aree interne, dove il parco aveva la sua sede eletta. Alessio Pasella la vede ancora male e la valutazione prende piede proprio dalla proposta di Cgil, Cisl e Uil: «È questa la conferma della scarsa credibilità del piano messo in agenda dai sindacati confederali per la discussione con la giunta Pigliaru. Di fronte alla crisi e poi al crollo dell’economia sarda la classe politica e sindacati hanno dimostrato tutta la loro inefficienza».

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