«Così la fibra killer veniva sparata nell’aria»
Ammalatosi nel 1993, due anni prima di morire scrisse un dossier sui rischi in fabbrica
NUORO. «I fumi di olio di enzimaggio (penso che nessuno ne sappia l’esatta composizione chimica) che sprigiona questa macchina si propagano per tutto il reparto con un odore acre che prende alla gola. Mi auguro che il personale che vi abbia operato (compreso io) e che vi opera non abbia conseguenze con il passare degli anni». È un passo dal memoriale di Luigi Chessa, nato a Lula, classe 1943, considerato il primo morto per amianto all’Enichem di Ottana. Ammalatosi di mesotelioma pleurico nel 1993, morirà nel 1997, combattendo una lunga battaglia oltre che con il male, con l’Inail per il riconoscimento della malattia professionale. Due anni prima di morire, lascerà ai familiari un memoriale di 16 pagine in cui elenca punto per punto i fattori di pericolo per la salute e l’incolumità dei lavoratori all’interno dell’area poliestere, dove era responsabile della manutenzione meccanica. Un atto di accusa implicito, una testimonianza rigorosa in cui l’unico accenno personale è quel “compreso io” messo tra parentesi.
Un grande esempio di senso civile, quello di Chessa, che i responsabili dell’associazione esposti all’amianto hanno deciso di divulgare, d’intesa con la vedova del lavoratore, dopo che i dirigenti dell’Inail, appena giovedì, hanno negato ancora una volta i rischi dell’amianto negli impianti ex Enichem e Montefibre.
Amianto, dunque, ma non solo. Dagli anni ’70 e per oltre un ventennio i lavoratori di Ottana sono venuti a contatto con ogni tipo di sostanze tossiche, e spesso hanno rischiato la vita o subìto infortuni durante le normali attività di manutenzione. Chessa elenca le falle e i rischi del sistema produttivo luogo per luogo e fase per fase. Il suo dossier è diviso per capitoletti. Apre “Guarnizioni in amianto per linee di vapore”: «In tutto lo stabilimento di Ottana sulle tubazioni in vapore venivano montate negli accoppiamenti flangiati le guarnizioni con alto contenuto di amianto. Quando si verificavano le perdite di vapore, ed erano in numero elevato, la guarnizione veniva letteralmente “sparata” e frantumata in piccolissime scaglie che poi rimanevano in sospensione». Le guarnizioni si rompevano molto spesso e venivano «gestite manualmente». Accadeva, in linea teorica, dal 1973 al 1993 (un anno dopo la messa fuorilegge dell’amianto): in realtà «si è andati molto oltre, perché non si poteva bonificare tutto lo stabilimento, sostituendo milioni di guarnizioni in un’unica volta». Ogni tanto si effettuavano saldature delle tubazioni: ci si proteggeva dal calore o dalle scintille con guanti o altri strumenti in fibra d’amianto, scrive Chessa nella sua ultima, drammatica testimonianza. (p.me.)
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