È morta tzia Chischedda, una passione per lo studio
Aveva 101 anni. Due anni fa, a sorpresa, aveva conseguito la licenza media Era stata costretta ad abbandonare la scuola a 8 anni per accudire i fratellini
NUORO. La città ha perso ieri la sua centenaria, tzia Chischedda Careddu, 101 anni compiuti a gennaio. Ha finito i suoi giorni nella casa di Seuna, circondata dall’amore di figli, nipoti, pronipoti. Un malanno arrivato nelle ultime settimane ha indebolito il suo fisico provato da anni e sofferenze, nonostante la tempra abbia sempre avuto la meglio su acciacchi e difficoltà esistenziali. La vegliarda ha avuto non poca notorietà nel 2014, quando a 99 anni ha conseguito la licenza media, nella scuola “Mariangela Maccioni”. Non un riconoscimento onorifico, per la sua tarda età e la passione sociale sempre dimostrata, ma un traguardo inseguito e messo in cantiere con l’iscrizione a scuola nell’autunno dell’anno precedente. Dopodiché le lezioni della maestra Pasquina Ledda, del Ctp (il Centro territoriale permanente), per due volte alla settimana a casa sua, a fare di conto e rimettere in azione la bella scrittura riuscita ad apprendere nell’adolescenza, pur con una frequenza fermatasi alla terza elementare. Dopodiché l’esame nella scuola intitolata a Mariangela Maccioni, nota antifascista, che di tzia Chischedda fu maestra. Con la morte della centenaria scompare una delle ultime figure della Nuoro del tempo tra le due guerre e della crescita successiva. Il paese pre-Provincia che – nelle immagini sempre vivide della nonnina – si fermava su un versante nell’attuale stazione dei treni e sul fronte opposto nei muri di confine di San Pietro. Una comunità ancora in sella all’asino, o al massimo al cavallo, quando lo consentono ricchezze e tradizione. Conquista il rango di capoluogo e comincia a vedere spuntare edifici pubblici, con uffici, e a estendere il nucleo abitato. Prima però ancora tanta miseria, aggravata dalla condizione di emergenza della guerra, della quale Francesca Careddu ricordava le marce del sabato fascista in via La Marmora, anticipate dal ruotare del tamburo. La povertà era diffusa. Con poche possibilità anche per la sua famiglia, nonostante lo stipendio del padre daziere la facesse campare sopra la soglia di sopravvivenza. Un aiuto all’economia domestica spesso doveva arrivare dai bambini, tanto che lei, la piccola Francesca, a 8 anni lasciò i banchi per assistere i fratellini. Questo tuttavia dopo avere tentato di contemperare didattica e famiglia, portandosi in classe il fratello ancora in fasce. Qualche gioco nella piazzetta delle Grazie, lo svago concesso alla sua adolescenza. Prima di fare capolino al Corso, già giovincella, con le amiche e curiosare nei primi negozietti. In uno di quelli, dagli scaffali coperti di tessuti, comprò tela e panno per cucirsi il corredo, ormai che era promessa sposa a un suo concittadino. Con il matrimonio passeranno fuori agenda i sogni e i miraggi di ogni ragazzina della provincia, perché a riempire le giornate arrivano sette figli, prima di una miriade di nipoti. Tutti presenti, ieri, nel giorno del distacco, ammantato di tristezza, ma anche dei ricordi di una donna non comune, capace di belle azioni e slanci di affetto di cui sarà entusiasmante godere la memoria e il piacere di averli potuti vivere.
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