La Nuova Sardegna

Nuoro

I Boes e i Merdules invocano la pioggia

di Federico Sedda
I Boes e i Merdules invocano la pioggia

Ottana, strepitosa sfilata delle maschere tutte intagliate a mano. Colpi di corna e campanacci e la lugubre “Filonzana”

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OTTANA. Stavolta, il rito propiziatorio di Boes e Merdules ha funzionato davvero. Sì, perché, alla fine della sfilata, la tanto attesa pioggia è arrivata. Così come volevano un tempo, quando le maschere imploravano la benevolenza della natura per propiziare i frutti dei campi. Che, senza la pioggia, sarebbero andati a male, vanificando così la fatica del contadino e dei buoi. Ieri a Ottana c’è stata la prova tangibile del significato di quelle maschere che, vestite di pelli di pecora, incedevano danzanti al ritmo dei campanacci. Implorando Giove Pluvio. Un turbinio di movimenti, ritmi e suoni per allontanare i demoni malefici che complottano contro il lavoro dell’uomo nei campi. Ritmi per implorare la pioggia. Che in Sardegna mancava da tempo. Ci volevano Boes e Merdules per farla arrivare. Cosi le maschere etniche hanno raggiunto lo scopo: la pioggia, tanto invocata da contadini e pastori è arrivata. Ma nessuno, tra il numeroso pubblico che assisteva alla sfilata sotto la cattedrale di San Nicola, si è allontanato. Bella la pioggia con Boes e Merdules. “Allora – hanno pensato – la danza funziona davvero”.

Tutto era cominciato con il solenne rito della vestizione. La comparsa della maschere lungo le strade del paese è stata annunciata dal suono dei campanacci. Il loro incedere, lento e ricurvo, evocava antichi presagi. Più indietro, defilata, quasi nascosta, c’era lei: Sa Filonzana: la lugubre figura della filatrice vestita di nero che rappresenta l’antica parca che, con fuso e conocchia, fila il destino degli uomini. Guai a tagliare il filo del fuso. Meglio offrirle da bere. Così, lei, figura funesta, attenua il suo ruolo, drammatico e triste, che guarda agli uomini con occhi di morte.

Questo è il carnevale di Ottana. Con i suoi misteri e il suo turbinio di suoni, ritmi, scene e movimenti ancestrali. Lungo il percorso, che si è concluso in piazza San Nicola, sotto l’austera cattedrale, Boes e Merdules hanno scandito ritmi misteriosi e disegnato simbologie che si perdono nella tradizione contadina di un tempo. Quelle scene, a volte dure, quasi cruente, simboleggiano la lotta, a colpi di frusta e di bastone, tra il merdule e i buoi che si ribellano al padrone. Una lotta che rappresenta la fatica per sopravvivere nel mondo delle campagne, dove, spesso, la natura si rivela matrigna. Soprattutto quando la siccità rende vano il lavoro dell’uomo. Ma il carnevale di Ottana non è solo esibizione di maschere: è un intreccio indissolubile di storia, cultura, aggregazione, identità e tradizione. E’ l’unico carnevale in Sardegna con il marchio doc “Caratzas” certificato dal Comune e dal dipartimento di Storia dell’università di Sassari. «Per conoscerlo, il carnevale di Ottana, – è stato detto nel corso della presentazione del documentario “Carnevale in Barbagia: la fiamma condivisa”, del regista Attilio Cossu – bisogna viverlo». E il carnevale di Ottana l’hanno vissuto in centinaia. Nonostante la pioggia che ha certificato il vero significato di quei riti ancestrali: propiziare la benevolenza della natura perché i campi diano buoni frutti.

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