Canti dell'Ortobene, negli anni Venti con la musica popolare nuorese
Al teatro Eliseo grande successo dello spettacolo del Coro. Il direttore Alessandro Catte ha allestito un antico “iscopile”
NUORO. C’era l’anima autentica di Nuoro, avant’ieri sera, sul palco dell’Eliseo trasformato in un caratteristico “iscopile” degli anni Venti del Novecento. Quella più intimamente legata allo spirito “de su nugoresu beffulanu”, arguto, intelligente e tutt’altro che incolto. E con in mano l’immancabile marzianetto di vino di Locùla o l’amatissimo occhio di pernice di Marreri che, si spera, qualche produttore lungimirante si decida presto a imbottigliare. Magari rinverdendo i fasti del mitico iscopile de tzia Tatana Faragone, ritrovo di beoni perdigiorno, ma anche artisti e intellettuali dell’Atene Sarda nella Belle Époque. Come Mastru Predischedda, che nell’ottava edizione di “Canti dall’Ortobene” - appuntamento irrinunciabile per gli estimatori del canto popolare di scuola nuorese, ideato dal coro Ortobene e dal suo direttore, Alessandro Catte - è stato interpretato da un ispirato Salvatore Piredda.
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Trascinanti i suoi siparietti con l’applauditissimo Antonello Ganadu, nei panni di un Predu Chirone “cottu a làddara”, bersaglio ideale per il maestro, la cui verve è ancora viva nella memoria dei suoi concittadini. A lui si deve proprio il testo del canto “Zia Tatana Faragone”, che – già nell’attacco – confessa in modo irriverente (Sa fide la professo/ chin una diminzana…) il connubio indissolubile di cui è fatto il nuorese: “vino e canto”, che è un po’ come dire “vino e poesia”, “vino e arte”. Lo stesso Mastru Predischedda ripete più volte che non ha senso prendersela, quando i nuoresi “cantano” con sferzante ironia.
Anche quando ad essere prese di mira sono le donne, così poco associate all’ambiente dell’iscopile, eppure sempre presenti, come l’energica zia Tatana (interpretata da una Vittoria Marras con scollatura generosa), la cui bettola pare fosse presso “s’arcu ’e Mussennore”, con lo sfondo meraviglioso, quasi antitetico, della cattedrale. O la povera Jubannedda (Gonaria Delogu), della canzone “Sa cózzula”, alla quale, pare, “aian postu sa cantone” perché, come si direbbe oggi, “non la mollava”.
E ne aveva voglia, il povero Larentu (il sempre bravo Marco Moledda), a lamentarsi con Mastru Predischedda per quelle canzoni che offendevano la sua bella. Il rimedio è peggio del male: basta intonare “Sa Nugoresa”, campionario delle virtù delle belle di Nuoro, e Jubannedda scappa ancora più inviperita, inseguita dal costernato Larentu.
E quando l’arguzia nuorese incontra la “sassareseria” del coro “Amici del canto sardo”, beh, allora è proprio il caso di dire “sàrbati chiricu”! Basta solo l’accoglienza di Mastru Predischedda: «Amici! Sono arrivati i magnacaula»! E vai con classici come “Drommi, drommi” (con battimani automatico del pubblico), o “La mirinzana”. Ma accanto all’anima ironica emerge anche quella più seria, spesso romantica e struggente, capace di cantare inni d’amore come “Culumba t’assicuro”, interpretata magistralmente dal coro cittadino ospite di quest’anno, il coro Grazia Deledda. Alla fine - prima della consegna del premio Ortobene 2016, assegnato alla memoria dell’indimenticata Antonietta Chironi, della quale ricade il ventennale dalla morte – è il maestro Gavino Poddighe (prezioso il suo contributo all’allestimento e alla regia) a ricordare che, in fondo, la storia continua, perché – fino a quando esisteranno i nuoresi e il loro vino – ci sarà sempre un Mastru Predischedda beffulanu e generoso distillatore di poesia.
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