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Nuoro

Sviluppo rurale, arrivano i fondi europei

di Paolo Merlini
Sviluppo rurale, arrivano i fondi europei

La giunta regionale ha scelto gli allevatori di Bitti per presentare il nuovo Psr: disponibili un miliardo e 308 milioni

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INVIATO A BITTI. La giunta regionale presenta il Programma di Sviluppo Rurale (Psr) 2014-2020 e per farlo sceglie un paese dell’interno che ha nel settore agropastorale l’ossatura profonda della propria economia. Com’era logico attendersi, dunque, l’illustrazione del Psr a Bitti, dove si contano 55mila capi solo tra il bestiame ovino, è stata seguita da un gran numero di agricoltori e allevatori, uomini e donne, di tutte le età. Tutti attentissimi ad ascoltare dall’assessore regionale all’Agricoltura Elisabetta Falchi e dal direttore generale dell’assessorato Sebastiano Piredda le novità previste dai fondi europei per gli anni a venire. A introdurre, il vice sindaco di Bitti Giuseppe Pala, raggiunto a metà incontro dal governatore Francesco Pigliaru e dal sindaco di Bitti Giuseppe Ciccolini.

Il Psr 2014-2020 arriva con quasi due anni di ritardo. La constatazione è ovvia visto che siamo all’inizio del 2016, ma la Sardegna non è affatto in coda alla classifica delle regioni italiane che si sono dotate di questo importanto strumento di pianificazione. Abbozzato a partire dal 2014, approvato dal consiglio nel luglio 2015, il Psr ora è finalmente pronto a partire, e a entrare a regime già fra un mese. Il problema, come ha spiegato l’assessore Falchi, è che quando si è insediata la giunta Pigliaru, nel 2014, restavano ancora da utilizzare – pena il disimpegno delle somme – circa 550 milioni del programma 2007-2013, in pratica un terzo dell’intero finanziamento.

Le novità. Cambia l’ammontare complessivo dei fondi a disposizione: nel precedente programma le risorse erano un miliardo e 284 milioni di euro, oggi sono un miliardo e 308 milioni. L’Unione europea aumenta la sua quota (48%), il governo italiano la riduce sensibilmente (36,4%), al punto che la Regione è costretto a raddoppiare la propria: dal 7% del programma precedente passa all’attuale 15,6, e mette a disposizione 204 milioni di euro.

«Unica e irripetibile». Come andranno utilizzati questi fondi secondo la Regione? «Siamo piccoli e con aziende piccole – dice l’assessore Falchi – togliamoci dalla testa l’idea di poter competere con stati e regioni che hanno numeri ed estensioni notevolmente maggiori. La nostra forza è nella qualità unica e irripetibile, che ci deriva per esempio dagli allevamenti che si svolgono quasi interamente al pascolo, e che dunque ci pongono ai vertici europei nel benessere animale. Anche questo – dice Falchi – è un elemento di marketing che dobbiamo utilizzare».

Benessere animale. Nel precedente programma, è stato proprio il “Benessere animale” ad avere le maggiori attenzioni degli operatori, al punto che la Regione ha dovuto confrontarsi a lungo con i funzionari di Bruxelles perché la “misura” potesse essere riproposta da qui al 2020. Con 234 milioni, infatti, “Benessere animale” è la misura alla quale viene destinato il numero più elevato di fondi, seconda solo agli investimenti nelle aziende. Rispetto al passato, la novità è che i benefici vengono estesi dagli ovini anche ai bovini e ai suini, in un momento in cui la Regione è impegnata a debellare la peste suina e a tentare di regolamentare un settore allo stato brado in tutti i sensi. Dunque, se al settore ovino da latte vengono destinati 75milioni, e a quello bovino 100 complessivi tra produzione destinata al macello o al latte, ben 50 milioni vanno al settore dei suini. Per la giunta vuol essere un incentivo a far emergere gli allevatori clandestini di un mercato che ha grandi potenzialità. Ma anche di favorire la nascita di nuovi allevatori, come ha detto Pigliaru nel suo intervento. «Da 38 anni la Sardegna è in ostaggio di pratiche illegali ed egoistiche che negano lo sviluppo di un settore con grandi potenzialità, soprattutto sul fronte delle esportazioni. La Spagna, che aveva lo stesso problema, ha debellato la peste suina, e oggi è al quarto posto nel mondo per esportazione di insaccati». Quanto tempo ci vorrà? La giunta ipotizza un periodo di tre o quattro anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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