La Nuova Sardegna

Nuoro

Quel profumo inebriante che si respira a Orosei

Quel profumo inebriante che si respira a Orosei

Dalla Domenica delle Palme a s’Incontru finale passando per s’Iscravamentu Forti emozioni davanti al letto del Cristo morto, culla della resurrezione

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OROSEI. I riti della Settimana Santa li ho vissuti sin da bambino, ovviamente quelli che Nuoro era in grado di offrirmi. Palme benedette la domenica, moderatamente elaborate, visita delle sette chiese con babbo e mamma, i “sepolcri” con tanti laboreddos (sos nenneres), la processione notturna col Cristo morto di Santa Croce (fino a quando c’è stata), le statue delle chiese ricoperte con drappi viola, sas matraccas con le quali noi jacaneddos ci impegnavamo a sostituire le campane spente, Pasca ‘e aprile con tanti spari a salve (li ricordo anche di sabato sera) e infine l’agnello che non poteva mancare.

Da adulto ho cominciato a misurarmi anche con le sacre rappresentazioni animandole con i giovani delle parrocchie in cui ho abitato. Ne ricordo due in particolare. Entrambe itineranti ed entrambe con tanto di crocefissione notturna. La prima nei pressi della chiesetta della Solitudine, la seconda nel cocuzzolo di Monte Gurtei. Bei tempi, ma, tutto sommato, non erano Chida Santa, quella è un’altra cosa. Che fosse altra cosa l’ho scoperto più tardi, a metà degli anni 70, grazie alla reflex e al mitico Banneddu, amico fraterno, che a quei tempi fotografava per la Nuova. Fu lui a portarmi ad Orosei e per me fu un’emozione fortissima. L’ouverture del ricordo spetta al profumo inebriante di glicini che proveniva da su brossolu. Il letto del Cristo morto per via di quel profumo veniva a diventare la culla della resurrezione imminente. A seguire tante persone adulte vestite con un saio di vario colore. Erano sos corfarjos, gli appartenenti alle confraternite, quelle che io ritenevo scomparse. Banneddu non mi aveva gabbato. C’erano ancora, esistevano per davvero! Il passato delle foto ingiallite di colpo si materializzava davanti ai miei occhi, e io restavo basito. Poi tutto il resto. Una Madonna a mezzo busto che sembrava piangere lacrime vere e dialogare con chi la portava in giro per cercare suo figlio. Il coro che cantava sos gozos, le sublimi melodie del passato. Il centro storico che storico lo era per davvero, e tanta ma tanta gente che prendeva parte all’evento convinta e coinvolta. Era di Venerdì Santo, Chenapura Santa, e per me fu l’inizio dell’invaghimento che permane tuttora. A conti fatti, da allora, poco è cambiato. Unica nota dolente le tante persone che più non ci sono. Una fra tutte: ziu Chircheddu, in su chelu siat, il mio stimato mentore locale. La Settimana Santa di Orosei annovera mirabilmente l’intero periodo di Passione e, per la gente del luogo, è Chita Santa. Ha inizio con sa Duminica ‘e pramas e continua sgranando un nutrito rosario di eventi: sos Misterios (sos Tzi-omos), sos Sepurcros allestiti mirabilmente nelle sette chiese da visitare, s’Iscravamentu con suggestiva processione notturna e infine s’Incontru, quello che, dopo che lo vedi una volta, se riesci ad essere onesto con te stesso, non puoi non convenire che con gli altri non esiste confronto (mancu male che non sono di parte). Ovviamente, come in tutte le cose, non sarà tutto oro quello che luccica, ma di oro che luccica, per quanto mi riguarda, ce n’è abbastanza. Una citazione speciale va fatta ovviamente alle tre confraternite locali. Vale a dire a tutti sos corfarjos e a sas mandatarias (consorelle) che, a dispetto dei tempi, contribuiscono a tenere in vita sia le confraternite stesse che il loro antico sapere. È grazie al loro impegno che la tradizione locale de sa Chita Santa, canti compresi, continua ad evocare emozioni ma soprattutto rimpianti se si pensa ai tanti altrove, che conosco, nei quali l’evento è diventato purtroppo una memoria svanita. (f.s.r.)

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