Nuovo ergastolo per Andrea Dessena
I giudici della Corte d’assise d’appello di Cagliari hanno confermato la condanna di primo grado per l’unico imputato
INVIATO A CAGLIARI. Fine pena mai. La parola ergastolo è risuonata ancora nell'aula del palazzo di giustizia di Cagliari che ospitava il processo bis per l’omicidio dei due fidanzati di Irgoli, Mario Mulas e Sara Cherchi. Il padre della ragazza, Emilio, carabiniere in congedo che ha avuto un ruolo determinante nelle indagini, ha accolto la notizia in lacrime. Per sei lunghi anni, insieme alla moglie, non hanno mai perso un’udienza, per riuscire a dare giustizia alla figlia, uccisa seppure estranea a certe logiche criminali. «È andata bene – hanno commentato i fratelli di Mario Mulas – ma questo non li farà tornare indietro».
Carcere a vita, dunque, per l’unico imputato che ieri mattina ha rinunciato a comparire. Giusto un parente ha assistito alla proclamazione della sentenza, non accolta con favore dall’avvocato Antonino Rossi che, scuotendo il capo ha cercato di allontanare un verdetto da lui considerato da sempre ingiusto. Una vicenda giudiziaria che dura da sei anni ed è stata caratterizzata: da due condanne all’ergastolo, in primo e secondo grado, e dall’annullamento con rinvio da parte dei giudici della Cassazione che avevano accolto il ricorso presentato dalla difesa.
Ieri mattina alle 13 in punto, dopo 4 ore di camera di consiglio, il presidente della Corte d’assise d’Appello, Maria Grazia Corradini ha letto il dispositivo, confermando per Dessena il massimo della pena, oltre il pagamento delle spese processuali e il risarcimento ai familiari delle vittime costituitisi parte civile con l’avvocato Gianluigi Mastio. Occorrerà attendere 90 giorni per conoscerne le motivazioni alle quali, non è escluso, farà seguito un nuovo ricorso alla Suprema Corte da parte della difesa.
«Non si gioisce mai per una sentenza di condanna – ha detto l’avvocato Mastio – ma posso dire che sia giusta. Nel corso di questa istruttoria dibattimentale, il quadro probatorio si è arricchito ulteriormente, dissipando così i dubbi presentati dalla Cassazione sulla mancata spiegazione di alcuni punti delle indagini».
Soddisfatto anche il sostituto procuratore generale, Gian Carlo Moi che alla fine della sua requisitoria aveva chiesto la conferma della condanna per l’imputato nei confronti del quale ne riteneva provata la responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio. «Ogni singolo indizio conduce univocamente a lui e non ad altri. Così è stato sin dall'inizio delle indagini – aveva detto la pubblica accusa nel corso della requisitoria – come aveva riferito Emilio Cherchi, al quale il nome di Dessena fu fatto il giorno dopo il delitto. La causale, i messaggi, le conversazioni intercettate, le testimonianze, pur provenendo dalle fonti più lontane, hanno composto un quadro logico nel quale Dessena compare come il principale responsabile del duplice omicidio di Irgoli».
Anche la parte civile aveva ritenuto l'imputato responsabile ponendo l’accento sul fatto che si fosse lasciato andare ad una confessione stragiudiziale. Manuel Casula, suo amico, aveva riferito a Cherchi di aver accompagnato Dessena a Onifai il giorno del delitto. In quell’occasione l’imputato gli aveva raccontato di voler dare una lezione a Mulas. Tant’è che il giorno dopo il duplice omicidio, Casula incontrò Dessena e questi gli chiese: “Non devi dirmi nulla?”. Soltanto quando l’amico fece cenno all’omicidio della ragazza l’imputato gli risponde di non volerne parlare. “Mi aveva fatto capire di essere stato lui” aveva detto Casula a Cherchi».
Fondamentali per il legale erano state anche le rivelazioni di Salvatore Piredda al padre della giovane uccisa. Questi, all’indomani dell’agguato, quando ancora Sara non era morta, aveva bussato a casa del brigadiere e gli aveva raccontato di aver saputo proprio da Mario Mulas di una violenta lite scoppiata due giorni prima, in un bar a Orosei, tra Dessena, lui e Sara». Racconto, non confermato però in aula dal testimone indicato dal padre della vittima e ritenuto inattendibile dal pg e dalla parte civile.
L’avvocato Rossi, invece aveva cercato di far vacillare l'impianto accusatorio del processo e il movente del duplice delitto, depositando agli atti alcune sentenze che avevano visto assolto il proprio assistito: dall’incendio dell’auto di Antioca Chessa (zia di Mulas), dal tentato omicidio di Fabio Useli e dall’attentato al geometra di Dorgali Fabio Cucca. «Per condannare occorre avere delle certezze – aveva detto Rossi – e in questo processo ce ne sono molto poche. Inoltre l’arma del delitto non è mai stata trovata e neppure i complici di Dessena sono mai stati individuati».
Ieri, dopo cinque mesi di udienze, per lui il verdetto di condanna.
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