«Chessa ucciso da 6 colpi come zio Pallo»
In Corte d’assise il luogotenente Fancellu ha ricostruito le morti e le fazioni della faida che aveva insanguinato il paese
NUORO. «L’indagine sull’omicidio di Cisco Chessa, che ritenevamo un omicidio della faida, da subito si diresse verso i Deiana-Chessa “austriacu”. Lavoravamo sulla pista di Deiana-Banniolu. Giovanni Deiana, “Banniolu”, lo consideravamo il più pericoloso, era uno dei sicari più crudeli della faida, non aveva paura di niente». Seduto in udienza come primo dei testimoni di ieri del pm Andrea Vacca, al processo per la morte di Francesco “Cisco” Chessa, il luogotenente dei carabinieri Piero Fancellu, in più di due ore di deposizione ricostruisce nel dettaglio attentato per attentato e omicidio per omicidio quel quadro complicato fatto di morti e odi viscerali che è la faida di Orune.
«Un rito macabro». «Anche Cisco Chessa fu ucciso da sei colpi di fucile – racconta Fancellu, rispondendo alle domande del pm – e questo non è un dettaglio da nulla, perché con sei fucilate era stato ucciso anche Pietro Paolo Deiana, noto “Zio Pallo”. Lo stesso numero di fucilate: era, insomma, una sorta di rito macabro».
Le intercettazioni in carcere. «Poi – continua Fancellu – veniamo informati dalla Procura che a Sorgono era stato rinvenuto una delle armi che aveva ucciso Cisco Chessa, e che nel passamontagna vicino era stato trovato il Dna di Sergio Taioli. Il tabulato del suo cellulare lo localizza a Sorgono il giorno dell’omicidio. Intercettammo Sergio Taioli in carcere durante i colloqui con i suoi familiari e da quelle conversazioni emerse che era in contatto con alcune persone di Villagrande che avevano avuto contatti a Galatina, in Puglia, con Giovanni Deiana-Banniolu».
«I contatti con Ivo Carta». Nella sua deposizione, Fancellu spiega anche «che ad agosto Taioli era stato fermato per un controllo dai carabinieri ed era stato denunciato per aver dato false generalità. A San Teodoro c’era un ragazzo di Orune che gestiva un bar, si chiamava Ivo Carta, ed era figlioccio di Banniolu. Banniolu lo chiamava sempre, e faceva riferimento a lui. Carta fu ucciso nell’agosto 2006. Taioli, intercettato in carcere mentre parla con la mamma, dice che aveva conosciuto uno che aveva un bar a San Teodoro, e fa riferimento a una retata. Si capisce che stava parlando di Ivo Carta. E in effetti, poi, Taioli nel 2005 era stato fermato dai carabinieri per un controllo proprio a San Teodoro». «Taioli, a questo proposito, vuole fare una dichiarazione», dicono isuoi difensori, Luigi Concas, Gianluigi Mastio e Enrico Vassallo.
Taioli interviene in udienza. «Riguardo alla persona che ho visto a San Teodoro – spiega Taioli – non era questo Carta, ma una persona che avevo visto in carcere nella prima sezione, a Nuoro». «Era per caso Giuseppe Baragliu?» gli chiede il pm. «Baragliu, di sicuro», conferma Taioli. Per l’accusa, tuttavia, Taioli aveva contatti con Ivo Carta, anche perché nell’intercettazione Taioli fa riferimento a qualcuno che aveva avuto problemi per un traffico di droga e Carta rispondeva a questa descrizione. La parte civile, rappresentata dagli avvocati Michele Mannironi e Angela Nanni, attraverso una domanda, ricorda che oltre a Carta, per il traffico droga, era emerso anche il nome di un giovane di Fonni, Stefano Falconi.
La faida. Sempre nell’udienza di ieri, ma all’inizio della sua deposizione, il luogotenente Fancellu descrive gli schieramenti della faida. «L’omicidio di Cisco Chessa – ripete Fancellu – era da collocare lì. Nella faida tra i Deiana-Chessa “austriacu” contrapposti ai Monni-Moni. I Chessa-Zulleddu si collocano nel gruppo Monni perché già nel 1980, nel corso della faida, uno dei Deiana, Melchiorre, fece uccidere i Monni, e uno dei Moni fece da scudo: era il cognato di Cisco Chessa».
Fancellu ricorda poi anche il duplice omicidio dei fratelli Giovanni e Mauro Deiana, nell’84, l’omicidio di Paolo Deiana, noto zio Pallo, il 21 settembre ’88. «Era uno dei capi della faida – dice Fancellu – al suo funerale, uno dei fratelli, Giovanni Deiana, era arrivato grazie a un permesso del carcere. Quel giorno era riuscito a fuggire. Un mese dopo in un bar di Orune, un uomo mascherato si diresse verso Giuseppe Monni e gli disse “Chi ha ucciso mio fratello?”, stava per sparare quando gli si parò davanti Cisco Chessa, a sua volta latitante perché era stato condannato per il tentato omicidio dell’avvocato Giannino Guiso».
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