Traffico d’armi, al processo si parla di un fucile riparato
NUORO. «Il 23 ottobre del 2004 chiamò in caserma una donna che diceva di aver trovato un involucro all’interno del suo terreno. Eravamo andati a verificare e avevamo trovato un’arma che anzichè...
NUORO. «Il 23 ottobre del 2004 chiamò in caserma una donna che diceva di aver trovato un involucro all’interno del suo terreno. Eravamo andati a verificare e avevamo trovato un’arma che anzichè sequestrare avevamo deciso di lasciare sul posto per verificare se qualcuno poi andava a riprenderla. Quella stessa sera, i colleghi notarono il passaggio di un’auto, con all’interno Severino Satta, lungo una strada adiacente al terreno dov’era stato posizionato l’involucro. Al secondo passaggio la vettura era passata in prossimità del cancello». Il racconto è del maresciallo dei carabinieri, Luigi Cadinu, all’epoca dei fatti (nel 2004) in servizio alla stazione di Mamoiada, che ha deposto in tribunale e ripercorso, davanti al collegio giudicante presieduto da Giorgio Cannas (a latere Bellei e Perlo) e al pm Giorgio Bocciarelli, l’attività di indagine che aveva portato all'arresto di cinque giovani con l'accusa di traffico di armi: Severino Satta (difeso dagli avvocati Lai e Piredda), Daniele Di Loreto (dall’avvocato Monni), Cosimino e Pietro Gungui di Mamoiada (dall’avvocato Petta) e Claudio Piroddi (dall’avvocato Tilocca). Il militare già sentito in merito al ritrovamento del kalashnikov ieri ha invece parlato di quanto emerse dalle intercettazioni tra Satta e Piroddi, su altre armi. Severino Satta era stato arrestato a Lula dalla polizia, il 10 febbraio 2005 insieme a un altro giovane del paese a bordo di una Y10 risultata rubata a Ozieri e con all’interno una pesante mazza ferrata, un fucile semiautomatico Beretta calibro 12 e una pistola calibro 7,65, tutte con la matricola abrasa.
Di quel semiautomatico ha parlato ieri il militare. «Si trattava di un fucile sottoposto a riparazione. Dalle conversazioni tra Satta e Piroddi – ha detto il maresciallo – era emerso che un pezzo dell’arma si era rotto ed era quindi stato necessario ripararlo. Solo dopo l’arresto e il sequestro di quel fucile, ho fatto i collegamenti tra l’arma e le conversazioni avvenute tra i due amici. La riparazione doveva avvenire in un’officina di Mamoiada, che però non è mai stata individuata. “Si è rotto l’affare di sotto” – avevano detto i due nel corso della conversazione – e quel semiautomatico sequestrato ne portava evidenti i segni». (k.s.)
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