Il pm: «Taioli sapeva che il fucile sarebbe servito per un omicidio»
Al processo per il delitto di Cisco Chessa l’accusa ha modificato il capo di imputazione «L’arma usata per uccidere a Orune era partita da Sorgono, dove poi era anche tornata»
NUORO. «Chiedo di modificare il capo di imputazione, signor presidente. Nel capo “A” aggiungo la dicitura “in particolare prestava e cedeva prima della consumazione dell’omicidio Chessa a persona ignota il fucile, nella piena consapevolezza che quel fucile doveva essere utilizzato per l’omicidio a Orune, e assicurava preventivamente la sua piena disponibilità a recuperare quel fucile dopo la consumazione dell’omicidio». Nella tarda mattinata di ieri al processo per l’omicidio di Francesco “Cisco” Chessa, si registra una piccola ma sostanziale svolta. Il pubblico ministero Andrea Vacca, infatti, alla luce di quanto emerso nelle ultime udienze per il delitto commesso il 18 maggio del 2005 a Orune, decide di modificare il capo di imputazione in un particolare passaggio.
All’imputato di Sorgono, Sergio Taioli – difeso dagli avvocati Luigi Concas e Gianluigi Mastio, e finito a processo per questa vicenda perché gli era stato sequestrato il fucile che aveva esploso alcuni colpi verso Cisco Chessa – rimane la contestazione di omicidio in concorso con ignoti, ma con la modifica del capo di imputazione il suo ruolo cambia in modo deciso: Taioli, secondo il pm, non sarebbe più colui che la sera del 18 maggio 2005 aveva esploso i pallettoni verso Chessa, ma sarebbe colui che aveva prestato quel fucile a una persona tutt’ora sconosciuta alla legge, e lo avrebbe prestato sapendo a quale scopo doveva servire: uccidere Cisco Chessa. Non solo: secondo quanto sostiene l’accusa lo stesso Taioli, al termine dell’omicidio, avrebbe anche ripreso con sè il fucile. Il suo ruolo cambia, dunque, secondo l’accusa, ma non cambia il reato che gli viene contestato, né cambia l’eventuale pena prevista in caso di condanna. È stata un’udienza dedicata, in gran parte, a ricostruire i passaggi di mano attraverso i quali l’arma del delitto Chessa era arrivata a Orune, quella che si è celebrata sino al primo pomeriggio di ieri in corte d’assise a Nuoro. «Sa in quali mani è passato quel fucile che è stato usato a Orune per l’omicidio?» chiede il pm Vacca a uno dei testi, Giovanni Arru, amico e compaesano dell’imputato Taioli ed ex militare della Brigata Sassari. «No – risponde sicuro Arru – io di questo fucile non so nulla. Si sapeva solo, era un fatto noto, che quel fucile era partito da Sorgono e che era stato usato a Orune».
Quel fucile, secondo le indagini svolte a suo tempo dai carabinieri, era stato rubato, insieme ad altri otto fucili, a Ignazio Corriga, custode del sugherificio di Sorgono. Ma le sue prime tracce evidenti le lascia il 28 giugno del 2005, quando lo trovano i carabinieri nelle campagne di Sorgono, nel mezzo delle indagini partite dopo l’attentato commesso alcuni giorni prima contro la facciata della casa di un abitante di Sorgono, Bruno Angius. Il 28 giugno, dunque, i carabinieri trovano il fucile calibro 12 e un passamontagna abbandonati alla periferia del paese, e su quei reperti vengono trovate tracce di un Dna che poi risulterà appartenere a Sergio Taioli.
Taioli venne, dunque arrestato per quell’attentato, e gli accertamenti successivi dimostrarono che il fucile in suo possesso aveva esploso i colpi che avevano ucciso Cisco Chessa poco più di un mese prima dell’attentato a Bruno Angius.
Nell’udienza di ieri, è stato sentito anche Vincenzo Porcu, un giovane di Teti, sui quali, almeno in una certa fase, si erano concentrate le attenzioni degli investigatori dopo l’attentato ad Angius. «Angius è lo zio della mia compagna – ha spiegato ieri lo stesso Porcu – e disapprovava il mio rapporto con la nipote. Per questo, in diverse occasioni, mi aveva gridato contro e infastidito. Ma gli ho sempre saputo rispondere. L’ho preso a schiaffi due volte, senza bisogno di andargli a sparare».
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