Emergenza sanità penitenziaria Badu ’e Carros senza psicologo
Il garante dei detenuti Gianfranco Oppo: «Un servizio essenziale sospeso ormai da quattordici mesi» Carcere dimenticato ai margini. «Eppure il “male oscuro” è la patologia più diffusa tra le celle»
NUORO. «Ma il carcere rientra nel sistema territoriale regionale di prevenzione, cura e tutela della salute? La domanda è più che mai lecita, posto anche che la tutela della salute, soprattutto nei confronti di coloro che patiscono qualsiasi forma di privazione della libertà, è qualcosa che va più in là del binomio dovere/diritto».
È Gianfranco Oppo, garante dei detenuti, che lancia l’ennesima pietra nello stagno del silenzio. È da oltre un anno, infatti, che il carcere di Badu ’e Carros resta ancora senza uno psicologo. «Pare evidente che ci sono tanti modi di pensare la salute – insiste Oppo –, ma in questo caso appare chiaro che si tratta di un modo inefficace di concepire come tutelare i cittadini più deboli, coloro che non possono decidere di rivolgersi altrove perché il servizio non funziona, di color che dovrebbero avere maggiore attenzione visto che chi è privato della possibilità di muoversi, non può presentarsi allo sportello dell’ufficio per le relazioni con il pubblico per “alzare la voce” o semplicemente per reclamare quello che dovrebbe spettargli di diritto».
Quello della sanità penitenziaria è un problema per alcuni versi irrisolto, «è un nodo culturale, è una questione di sensibilità, che pure hanno dimostrato in tutti i modi di possedere coloro che dovrebbero provvedere e fare in modo che quello del carcere sia un nodo a tutti gli effetti della rete regionale di tutela della salute» spiega ancora il garante Oppo.
Eppure così non è. I fatti smentiscono qualsiasi dichiarazione o proclama. «Da quattordici mesi è stato interrotto il servizio psicologico nella casa circondariale di Badu ’e carros. Un servizio che non c’era, strappato con i denti, passo dopo passo, attraverso i momenti che hanno caratterizzato il passaggio dalla medicina penitenziaria a quella regionale. Un servizio che stava dando i suoi frutti e che alleggeriva il servizio di psichiatria di tutti quei casi in cui non esiste una diagnosi conclamata di sofferenza mentale». «Non è il caso di dilungarsi troppo sul significato e sulla necessità estrema di una presa in carico di casi di sofferenza psicologica in un luogo in cui la vita in spazi angusti, le celle sovraffollate, i processi di infantilizzazione che induce un sistema totalizzante, la cosiddetta sindrome di prigionizzazione che tocca indistintamente ergastolani e nuovi giunti, rende più che mai necessario avere una figura dell’area medica cui potersi rivolgere per poter dire, raccontare, sfogarsi e capire se si è sull'orlo dell’uscita di testa o di qualche azione ancora più inconsulta. Lo psicologo in carcere è una figura fondamentale nel continuum della salute mentale così come prevede la legge – ribadisce Oppo –: è impegnato fin dal colloquio di primo ingresso per scorgere eventuali situazioni critiche o a rischio; segue i detenuti nei momenti di maggiore sofferenza, placca il “male oscuro” che è la patologia più diffusa tra le celle. È una figura indispensabile quando muore un familiare e si è costretti lontano, quando un parente si ammala e chi è ristretto non può dare un aiuto in alcun modo, quando la sofferenza di avere bambini piccoli, non poterli abbracciare, non poter provvedere sia materialmente che dal punto di vista educativo ai loro bisogni, produce un rimorso ben più pesante che la privazione della libertà e produce idee autodistruttive. Qualcuno per protesta ha intentato lo sciopero della fame, che ha smesso dietro la promessa del dirigente medico e mia di una soluzione imminente del problema: non è accaduto niente, siamo arrivati al limite della sopportabilità. Vox clamantis in deserto verrebbe da dire quella di chi ha cercato di trovare una soluzione sempre prospettata, ma mai realizzata. Sembra di essere di fronte a un sistema inceppato che non è in grado, trascorso più di un anno, di dare risposte ai cittadini più deboli. Come diceva Primo Levi: “giudicate voi se questo è un uomo”».
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