Maschere sarde senza frontiere
Un dipinto murale apre un “gemellaggio” tra la Grecia, sas Mascaras nettas di Lodè e s’Urtzu di Fonni
NUORO. Una volta per parlare di maschere toccava attendere il carnevale, ed era d’inverno. Oggi tutto è cambiato tanto è vero che anche le maschere hanno finito col saltare sa cresura del loro tempo liturgico per andare a svernare in piena calura estiva. Si dice che sia a tutto vantaggio della loro conoscenza oltre sas sette laccanas di antica memoria. Speriamo sia vero. Resta il fatto che forse si sarebbe potuto conseguire lo stesso risultato investendo risorse nel rispetto dei tempi dovuti de su connottu. Di maschere se ne parla fuori tempo anche in occasione di riscoperte, più o meno discutibili. Tante le strade che conducono ad esse e tutte lastricate di buone intenzioni. Niente sembrerebbe azzardato: coinvolgimento delle memorie più anziane, ritrovamento di manoscritti conservati bene e cercati male, e via dicendo. All’esordio accade di tutto compresa la critica, quasi sempre feroce.
Passato l’impatto con la turbolenza iniziale sarà il tempo a determinarne il passaggio alla tradizione più vera. Peccato che qualcuno dei nuovi diventi sfrontato pretendendo presenze mai state in tempi più o meno recenti.
Fra le maschere riemerse una in particolare avrebbe meritato un trattamento migliore. Chi sa che non sia giunto il momento del virtuale riscatto. Che possa accadere in virtù del mitico Mirto d’oro di Brunella? Può darsi. L’ambito riconoscimento di quest’anno profuma di quote rosa e la cosa non guasta. La destinataria, com’è consuetudine, ha prodotto foto e quant’altro per impreziosire le motivazioni del premio. Ed è a questo punto che entra in gioco la sorte camuffata da video estrapolato da internet. Quando mai un murale dipinto in Grecia, a Makrinitsa, poteva riuscire laddove in tanti avevano toppato? Da non crederci. Le maschere locali che ci sono dipinte sembrerebbero trafugate dai nostri carnevali: s’Urtzu fonnesu e sas Mascaras nettas di Lodè. L’impressionante somiglianza fa restare basiti. Che maschere nostrane possano vantare parentele oltremare non deve destare scalpore. È dimostrato che le maschere antiche, che noi continuiamo a considerare esclusive, non possono essere nostre soltanto. Simil-mamuthones e simil-boves ci sono un po’ ovunque, e tando? E allora è tempo di azzerare il fastidio. Nel caso specifico, però, stupisce che le maschere del murale di terr’anzena rassomiglino come gocce d’acqua alle nostre. Non si tratta di una certa somiglianza soltanto. Roba da pirateria carnevalesca verrebbe da dire! Che sia vero il fatto che a forza di esportarle ce le hanno copiate (frase sentita dire per davvero)? Se la battuta può valere per s’Urtzu fonnese, che in compagnia de sos Buttudos la sua bella fama se l’è conquistata da tempo, di certo non può valere per sas Mascaras nettas lodeine. Poche le volte che ha saltato il Tirreno. Come mai? Troppe le riluttanze già dal suo primo apparire! Fra tutte le maschere che sono state new entry quella lodeina è forse quella che più di ogni altra ha goduto di scarsa attenzione. Hai voglia di accampare fonti attendibili. Troppo “strana” per essere plausibile, questo il giudizio. Che la maschera sia strana per davvero è indubbio, a cominciare dal suo copricapo bizzarro, inusuale, smisurato. «È tanto bizzarra che per inventarla di fantasia ce ne vuole tanta davvero». E ancora: «Non trova riscontri in nessun’altra maschera antica dell’intera regione». Questo si è detto e si dice. Hai voglia di impegnarti a voler dimostrare agli scettici che per riportarla alla luce si è fatto per davvero ricorso alle memorie locali, e non solo. Ne consegue che sas Mascaras nettas di Lodè è in una sorta di limbo, in bilico tra l’accettazione e il fastidio. Per fortuna che i lodeini, incuranti di tutto, abituati a farsi scivolare di dosso annessi e connessi, hanno continuato a proporla convinti di stare nel giusto. E nel giusto ci stavano per davvero ed è tempo che in virtù del murale realizzato da Pina Monne si faccia giustizia.
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