Cabua ricorda in aula gli attimi dell’agguato «Vivo per miracolo»
Davanti ai giudici il racconto dell’ex vicesindaco di Lula «Ho sentito un’esplosione: avevo sangue dappertutto»
NUORO. «È stata come una scossa di corrente ad alta tensione. Avevo le mani alzate perché stavo dando una balla di foraggio ai miei cavalli, nel maneggio, e dovevo superare una recinzione. Proprio in quel momento ho sentito la deflagrazione, sono restato con le mani in alto, con il foraggio. In quel momento, ho pensato a una bomba in mezzo al fieno, poi mi sono accasciato, ho visto il sangue, ho pensato “Altroché, mi hanno sparato”. Sono riuscito a trascinarmi verso i rovi, e sotto la benna del mio muletto. Non potevo muovere le braccia e le mani, ma con due dita sono riuscito a premere un tasto del telefonino e a chiamare mio figlio. “Mi hanno sparato – gli ho detto – non so se quando arriverai sarò ancora vivo”». Seduto nella postazione riservata ai testimoni, nell’aula udienze numero 1 del Palazzo di giustizia, Giovanni Cabua racconta ai giudici del collegio e al pubblico ministero Andrea Vacca, il tremendo attentato che solo per pochi centimetri e per l’intervento del destino, intorno alle 5 del pomeriggio del 4 giugno del 2014, non gli aveva spezzato per sempre la vita. Ma lo aveva comunque ridotto in fin di vita. «Sono rimasto per 15 giorni in Rianimazione al San Francesco – racconta lo stesso Cabua ai giudici – e poi altri giorni in ospedale». Per quell’attentato è finito a processo con l’accusa di essere l’esecutore materiale del tentato omicidio il lulese Michele Marras, difeso dall’avvocato Francesco Lai, mentre un altro compaesano e vicino di terreno di Cabua, Raimondo Melone, noto Mondino, è stato condannato in primo grado a 10 anni e otto mesi con il rito abbreviato. Il processo nei confronti di Marras è tutt’ora in corso e proprio ieri ha registrato una udienza chiave perché in aula ha deposto la parte lesa che si è costituita parte civile ed è rappresentata dagli avvocati Lorenzo Soro e Pasquale Ramazzotti: Giovanni Cabua, che fino agli anni Novanta aveva ricoperto diverse cariche politiche a Lula come assessore e vicesindaco. È stato proprio lui, dunque, ieri pomeriggio, a ripercorrere l’attentato che lo aveva colpito due anni fa e le vicende successive. «Lei aveva nemici o motivi di inimicizia con qualcuno?» gli chiede il pm Vacca. «No – risponde Cabua – non ho mai accusato nessuno. Avevo solo avuto qualche discussione con Mondino Melone e con il padre. Per anni avevano avuto in affitto gli ettari del mio maneggio e il bosco. Facevano pascolare lì, i loro animali, dal ’69 agli anni Ottanta, quando poi hanno smesso di pagare l’affitto perché non interessava loro più ma comunque ho lasciato che pascolassero lo stesso nei miei terreni perché tanto non ne avevo bisogno». Le cose cambiano un po’, secondo quanto racconta Cabua, nel 2009. «Quell’anno – racconta l’ex vicesindaco del paese – che i terreni mi servivano perché avevo un progetto in corso, dovevo risistemare il maneggio e non solo. I Melone non erano molto contenti perché loro ci tenevano, a quel terreno. Ma li ho coinvolti, ho detto loro di venire, ché avremmo fissato i confini insieme. In seguito ho saputo che il padre di Melone si era lamentato con i miei operai. Allora sono andato a dire loro che se c’era qualche problema lo avremmo risolto e avremmo definito insieme il tracciato». Ma poi, continua Cabua, succede che Raimondo Melone vada da lui ad avvisarlo che attorno al suo terreno aveva visto strani movimenti, e così Cabua si preoccupa a va dai carabinieri. «Lei ha avuto sospetti o qualcuno le ha riferito qualcos’altro circa l’attentato?», gli dice. «Il fratello di Nico Pira, Angelo Maria mi aveva detto che i cavalli che mi avevano ammazzato in precedenza, me li avevano ammazzati il figlio di Raimondo Melone, Francesco, e Luciano Marras», dice Cabua. «Perché ha fatto solo ora questi nomi» gli chiede l’avvocato Francesco Lai. «Perché allora non ero lucido», ha risposto Cabua.
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