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cronaca

“Il nostro Dna non si vende”, reclami a raffica al garante privacy

Oltre duecento cittadini ogliastrini hanno già chiesto chiarimenti all’Autorità nazionale guidata da Antonello Soro


20 settembre 2016 di Paolo Merlini


NUORO. In pochi giorni sulla scrivania del garante nazionale per la privacy sono piovuti oltre duecento reclami di cittadini ogliastrini con un quesito molto semplice: il Dna di ciascuno di noi, e con esso tutti i dati sulla nostra salute e l’albero genealogico di famiglia indietro sino al 1500, possono essere messi in vendita senza il nostro consenso? Una domanda che sta dando vita a un acceso dibattito in tutto il mondo (se n’è occupato anche il quotidiano britannico The Guardian che all’argomento ha dedicato alcuni servizi) alla quale è chiamato a rispondere per uno strano destino proprio un sardo, il garante per la privacy Antonello Soro. Di più, ora a lui si rivolgono anche altri cittadini che non hanno fornito campioni di Dna e non hanno acconsentito a diffondere i propri dati anagrafici, alberi genealogici compresi, eppure si ritrovano inclusi nel database oggetto di compravendita.

L’antefatto. Qualcuno l’ha già battezzato un bio-intrigo internazionale, e a ben guardare gli elementi ci sono tutti: campioni di Dna, dati personali e familiari incrociati di 13mila persone dell’Ogliastra, una delle quattro Blue Zone al mondo, cioè aree ad alta concentrazione di centenari, che nel tempo passano da un imprenditore sardo (Renato Soru) a uno lombardo, vicino a Berlusconi, e alle sue cliniche (don Luigi Verzé) e poi a un terzo, italoamericano (Gabriele Cerrone), e alla sua società londinese. E ancora il giallo dei campioni di Dna spariti dal luogo in cui erano custoditi per anni e poi fatti ritrovare in un altro istituto pochi giorni dopo; l’inchiesta della magistratura di Lanusei, l’indignazione dei sardi (e non solo), lo stupore di chi ha acconsentito a partecipare a quello che doveva essere un rivoluzionario progetto di ricerca, accettando di sottoporsi a esami del sangue per appurare le condizioni di salute con l’avvertenza che sarebbe stato estratto il Dna (così è scritto nel modulo del consenso informato) per lo studio delle «malattie cardiovascolari, l’obesità, l’emicrania e la calcolosi renale». Tutto finito in un’asta giudiziaria, dopo il fallimento della società SharDna, e venduto per la modica cifra di 258mila euro (a Cerrone), pochi anni dopo essere stati acquistati per tre milioni di euro (da parte di don Verzé) dal socio di maggioranza (Soru, 82 per cento) che nel 2000 dichiarò di aver investito dieci miliardi di lire nel progetto.

Verso una class action. In realtà non è la prima volta che il caso SharDna finisce sul tavolo del garante della privacy, che già nel 2000 chiese «puntuali precisazioni sui soggetti titolari del trattamento di dati personali o che vi hanno comunque accesso, sulle precise finalità perseguite, (...) sulle modalità utilizzate per informare le persone interessate e per acquisire il loro consenso».

Ora, dopo la vendita a luglio di SharDna con la sua banca dati e il giallo sulla scomparsa dei campioni di Dna di due settimane fa, il garante è chiamato a rioccuparsene. Nei giorni scorsi a Perdasdefogu, cuore della protesta che coinvolge gli abitanti di dieci comuni, Filomena Polito, una delle massime esperte nazionali in tema di privacy e salute, ha incontrato numerosi cittadini e ha fornito la propria assistenza per quella che potrebbe configurarsi come una class action senza precedenti. «Abbiamo aderito alla campagna di reclutamento, confidando nella correttezza del trattamento dei nostri dati – scrivono – ora siamo attoniti spettatori di un meccanismo liquidatorio nel quale sono stati coinvolti anche i dati più delicati delle persone, delle famiglie e di secoli della storia della civiltà sarda, e in estrema sintesi pare che i nostri dati siano stati ceduti ad altri senza alcun nostro coinvolgimento».

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