La Nuova Sardegna

Nuoro

l’attacco alle indagini

«Non hanno cercato nemmeno l’origine del nastro adesivo»

NUORO. Le definisce «superficiali, caotiche, piene di lacune, governate da un pregiudizio iniziale, e l’errore è la sua naturale conseguenza». Nel corso della sua arringa di ieri, l’avvocato Mario...

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NUORO. Le definisce «superficiali, caotiche, piene di lacune, governate da un pregiudizio iniziale, e l’errore è la sua naturale conseguenza». Nel corso della sua arringa di ieri, l’avvocato Mario Lai sferra un attacco deciso e durissimo alle indagini condotte dalla polizia e coordinate dalla Dda sin dai primi istanti.

«Fin dal primo momento – dice l’avvocato – si è proceduto con leggerezza e superficialità. Il cadavere era avvolto nel nastro adesivo. Bene, su quel nastro adesivo nessuno ha fatto indagini per capire da dove provenisse. A noi difensori sono arrivati scritti anonimi che indicavano da dove provenisse. Gli inquirenti, dal canto loro, non hanno indagato».

«Ma ci sono altre lacune nelle indagini – aggiunge il legale di Rocca – il medico legale, ad esempio, ha tagliato con le forbici il nastro adesivo che avvolgeva Dina Dore, ben prima che la scientifica intervenisse. Le impronte, dunque, le cercano dopo, quando ormai la frittata è fatta». Un’altra lacuna nelle indagini, dice Mario Lai, riguarda una relazione che l’allora dirigente della squadra mobile di Nuoro, Ferdinando Rossi, aveva inviato alla Dda su un episodio accaduto a Nuoro in viale Costituzione alcuni giorni dopo il delitto Dore. Un gavoese, Fabrizio Sedda, quella sera, era stato avvicinato da una Opel Astra e qualcuno dal suo interno gli aveva rivolto una frase minacciosa che suonava così “Se vai di nuovo dai carabinieri di Gavoi ti ammazziamo”. Alla scena aveva assistito una pensionata residente nella zona. «Eppure – dice l’avvocato Lai – nessuno ha cercato di capire a chi appartenesse quell’Opel Astra. E nella sentenza di primo grado di scrive che era un fatto estraneo alla morte di Dina Dore. Ma come fanno a dirlo se non hanno fatto alcuna indagine?». Un’altra grossa lacuna del processo, dice ancora l’avvocato Lai, è stata l’omissione, dai verbali del dibattimento, di una frase riascoltata in aula al processo di primo grado. «Nei verbali – dice il legale – non si dà atto che in aula viene percepito che nell’intercettazione, l’agente Antonello Cossu dice al dirigente della polizia, Leopoldo Testa “Tentiamo la carta di Lai”. Questa è una gravissima omissione». (v.g.)

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