Quarant’anni di lotte, chiusure e fallimenti
Il primo impianto avviò i motori nel 1972, l’ultima doccia fredda è stata la chiusura del gruppo Clivati
OTTANA. Era la fine degli anni Sessanta quando la commissione speciale presieduta dal senatore Medici, istituita dal parlamento per studiare il fenomeno del banditismo in Sardegna e, in particolare, nel Nuorese, propose la realizzazione nel centro dell'isola di un insediamento industriale. Un nuovo polo chimico a metà strada tra quelli di Cagliari e Porto Torres finanziato dallo Stato per dare corpo a un intervento sociale in grado di arginare il malessere. Il numero dei posti di lavoro che vennero sbandierati allora dal Consorzio di sviluppo della Sardegna centrale, il primo ente creato per inseguire il sogno industriale, era da capogiro: negli insediamenti produttivi di Ottana, Macomer e del Sologo sarebbero stati creati 18mila posti di lavoro. Il polo principale sarebbe stato Ottana, dove tra chimica e metallurgia avrebbero lavorato più di 2.700 persone. Le cose, come racconta la storia, negli anni futuri andarono diversamente. I primi sbancamenti nella piana di Ottana e Bolotana cominciarono nei primi anni '70. Contemporaneamente vennero avviati corsi di formazione professionale a Milano, Porto Marghera, Pisticci, Vercelli, Gela, Ivrea e Ravenna, dove erano in marcia impianti chimici simili a quelli che sarebbero sorti a Ottana. In quelle fabbriche insegnarono ai giovani nuoresi appena diplomati, agli ex pastori, agli ex manovali e agli ex emigrati i nuovi "mestieri" che avrebbero dato al centro Sardegna un nuovo futuro. Nei capannoni industriali della media valle del Tirso sarebbero stati impiegati tecnici, amministrativi, operai chimici, manutentori, meccanici, elettricisti e conduttori di impianti per produrre fibre acriliche e poliesteri.
La prima fabbrica avviò i motori nel 1972. Era la Metallurgica del Tirso dei fratelli Orsenigo che dava lavoro a 450 persone. Produceva leghe al titanio. Oggi quella fabbrica è preistoria industriale. Il polo chimico cominciò a produrre nel 1973. Lo stabilimento, prima Anic-fibre e poi Chimica del Tirso e Fibra del Tirso, conobbe il massimo dell'occupazione nel 1975 con 2760 occupati. L'altro impianto chimico costruito sulle sponde del Tirso dalla Sir di Rovelli, e analogo a quello della vicina Anic, non produsse mai nulla. Nel 1994, quando lo stabilimento chimico di Ottana (che nel frattempo aveva cambiato nome in Eni chimica, Enichem, Enimont, Enichem-fibre) venne visitato dalla Commissione industria del Senato, l'organico era costituito da 1.250 lavoratori. E sarebbe stato anche inferiore o forse ridotto a zero se la fabbrica non fosse stata difesa con i denti dai vari tentativi di chiusura. Come quello messo in atto nel febbraio del 1977 in pieno carnevale per cogliere i lavoratori di sorpresa, distratti dalla festa. Ma il tentativo fu sventato dagli operai accorsi ai cancelli.
I processi di ristrutturazione, razionalizzazione produttiva e risanamento economico, intanto, avevano cominciato ad assottigliare gli organici. E a rendere familiari nelle case dei lavoratori parole quali esuberi, cassa integrazione, mobilità e prepensionamenti. Cominciò l'era delle dismissioni. Attutite dall'insediamento di alcune nuove iniziative, quali il Minitow e la Lorica, per assorbire gli esuberi. Fabbriche il cui ciclo è durato dieci anni. Oggi sono chiuse.
Il 1996, con l'arrivo degli americani della Dow Chemical che acquistarono la produzione di polimero rigradato (Petr) e della Montefibre che acquistò le fibre acriliche, sembrava l'anno della svolta. Ma il nuovo sogno svanì nel girò di pochi anni. Il resto è storia recente. Il passaggio degli americani di Aes nella centrale elettrica fu una meteora. L'avvento di Clivati nel 2005 con Ottana Energia e poi Ottana Polimeri e l'arrivo di Indorama nel 2010 poteva segnare un nuovo sviluppo. Invece era l'inizio della fine. Oggi gli impianti sono chiusi. Centosettanta lavoratori in cassa integrazione cercano un futuro. Che forse è gia scritto nelle pieghe del passato.
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