Oltre mille fedeli al convegno ecclesiale
Tortolì, alla cerimonia erano presenti il vescovo Mura e il segretario generale della Cei Galantino
«Il volto belle delle nostre parrocchie è quello capace di fare discernimento, cioè di cercare, scoprire e comprendere il tempo che stiamo vivendo, con i suoi cambiamenti repentini, senza paura, ma al contrario con la voglia di osare, di fare un passo oltre, di raccogliere le sfide del presente vedendo in esse delle opportunità, per trasfigurare la realtà con uno sguardo pieno di ammirazione».
È stato questo il filo conduttore del convegno ecclesiale diocesano nei giorni scorsi a Tortolì nella chiesa di San Giuseppe.
Un migliaio i fedeli provenienti da tutte le parrocchie della diocesi che si sono dati appuntamento attorno al vescovo Antonello Mura il quale, al termine di una giornata ricca di spunti e riflessioni non ha nascosto la sua soddisfazione: «Sono contento di poter condividere la mia gioia con voi, oggi. E sono davvero contento di ciò che siete, prima ancora di ciò che fate, ognuno con il proprio ruolo nella comunità. Questo è il volto bello della nostra Chiesa: il Signore c’è in questo tempo». Interventi di spessore quelli che si sono avvicendati nel sabato tortoliese: dal catecheta religioso Enzo Biemmi, al segretario generale della Cei Nunzio Galantino. Nella riflessione "La gioia del Vangelo nelle nostre parrocchie", Biemmi ha sottolineato ancora una volta la necessità di comunità capaci di rinnovarsi nei linguaggi, nelle metodologie, in grado di «accogliere ogni uomo con il suo volto e la sua storia, senza mai giudicarla», capaci di essere «luogo di primo annuncio per i ragazzi, i giovani, le famiglie, soprattutto nelle situazioni di disagio e sofferenza», comunicando a tutti «l’amore incondizionato di Cristo, al di là di ogni situazione personale». «Una Chiesa che non fa delle proposte non può avere delle risposte – ha espressamente detto Galantino nel suo intervento – soprattutto nella società attuale in cui si fa tanta fatica a ritenere vere le voci di ripresa o vedere prospettive di speranza. La Chiesa non può permettersi di restare al balcone, diventando una realtà ripetitiva. Le parrocchie devono recuperare quella qualità umana che fa scegliere l’altro e la sua storia come punto di partenza, integrando le fragilità: lo fa solo chi sposta il punto di vista, posandolo sul prossimo».
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