La Nuova Sardegna

Nuoro

La sedia a rotelle diventa nido di astori

Luciano Piras
Un meraviglioso esemplare di astore di Sardegna fotografato da Daniele Lorrai
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Un meraviglioso esemplare di astore di Sardegna fotografato da Daniele Lorrai

La storia di Giovanni Chironi, nuorese morto nel mare di Siniscola: da simbolo dell’handicap a metafora della libertà

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SINISCOLA. Giovanni Chironi si chiamava. Nuorese di Nugoronobu era. «Un caro amico morto il 31 luglio 2015 nel mare di Capo Comino». Costa orientale, territorio di Siniscola. «Aveva 53 anni ed era paraplegico» racconta commosso Antonio Pisanu, anche lui nuorese, mastru ’e iscola a Santu Predu, nel capoluogo di provincia. Orgoglioso «che quella ruota di carrozzella che per anni aveva tenuto prigioniero l’amico Giovanni, palpabile simbolo dei suoi limiti e della sua fragilità, si sia trasformata in una rampa di lancio per giovani astori verso la libertà, straordinaria ebbrezza che solo il volo può dare». «Un regalo impagabile per questa e, mi auguro, molte altre future generazioni di giovani pirati del bosco» continua Pisanu, classe 1954, video-documentarista con un curriculum davvero invidiabile (numerose le collaborazioni con i programmi Rai e Mediaset).

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Naturalista, soprattutto, grande appassionato ed esperto di rapaci. È così che alla morte dell’amico di Nugoronobu, ha pensato di trasformare la ruota della carrozzella in un nido di astori. «Nelle vicinanze del monte Ortobene – racconta – si trova una splendida zona boscosa rinomata, riserva di caccia grossa che oggi è gestita dall’Ente foreste della Sardegna. In questa zona, insieme ad altre interessanti specie, abbiamo sempre riscontrato la presenza dell’astore: il mitico re del bosco capace di sfrecciare tra gli alberi a velocità incredibile. Però, nonostante le lunghe ricerche, non sono mai riuscito a scoprire e documentarne la nidificazione» spiega il maestro. Che aveva in mente un altro progetto, stavolta: «Non più cercare un nido da filmare, ma trovare un luogo ideale per costruirne uno!».

Una bella sfida, il modo migliore per ricordare Giovanni Chironi. «Aveva venti anni, mentre con un amico rientrava da una festa di paese, ecco il fatale incontro con il destino: un incidente con la moto, la sua grande passione» ricorda Antonio Pisanu. Dopo un lungo travaglio tra vita e morte, la situazione si era stabilizzata ma era giunto anche un terribile verdetto: «Giovanni sarebbe rimasto paralizzato da metà busto in giù». «Seguirono lunghi anni di sofferenza, di operazioni, di piaghe da decubito e di tutti quei problemi che derivano da una vita scandita da letto e carrozzella, carrozzella e letto. Giovanni, pur nei rigidi limiti imposti dal suo handicap, aveva sempre reagito cercando di riempire le sue giornate con le attività più disparate: pesca in mare o sul lago, falegnameria, fuoristrada in auto, tiro con la pistola sportiva, lettura ed altro ancora. Aveva perfino acquisito il brevetto per immersioni subacquee con le bombole. Purtroppo però i lunghi periodi di sofferenza, le dolorose degenze e l’enorme quantità di farmaci che era costretto ad assumere anche per arginare le sempre più intense contrazioni, lo stavano logorando inesorabilmente. Finché il suo cuore aveva dovuto capitolare. Ironia della sorte, aveva cessato di battere in una calda giornata d’estate mentre, armato di maschera, da un materassino sbirciava il fondale proprio nei pressi di quel moletto dal quale tanti anni prima, giovane e sano, amava tuffarsi assieme agli amici, inconsapevole di quanto gli sarebbe accaduto». La morte improvvisa fu una tragedia che scosse profondamente quanti lo avevano conosciuto: «Io decisi di ricordarlo a modo mio» dice Pisanu.

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«Mi sono messo a ricontrollare ogni angolo della splendida riserva finché non ho trovato un punto a mio avviso perfetto: un bel leccio forte e sano con una “triforcazione” alla giusta altezza». Un punto inadatto per fotografare ma ottimo per celare l’agognata preziosa covata. «Presa una ruota della carrozzella di Giovanni – va avanti l’amico Antonio – l’ho sistemata tra le tre dita svettanti dell’albero e l’ho ricoperta con un intreccio di vigorosi polloni di leccio, corbezzolo e fillirea fino a formare una splendida piattaforma aerea. In verità, per attirare l’attenzione degli astori ho anche attivato qualche sano stratagemma e infine ho pregato il dio Horus affinché ci mettesse del suo… (un pizzico di sana superstizione non guasta). Quando, nel periodo opportuno, ho visto col binocolo alcune parate nuziali, ho cominciato a nutrire un cauto ottimismo finché, settimane dopo, la presenza di rami nuovi mi ha confermato che il nido era stato occupato. Allontanandomi in tutta fretta – chiude Antonio Pisanu –, avevo il cuore che volava alto oltre le cime degli alberi. Non mi sono più avvicinato al leccio fino al presunto periodo di involo dei nuovi nati proprio per non creare il minimo disturbo: niente capanni di osservazione, niente filmati con telecamera, nessuna interferenza».

«La vecchia riserva ha riconfermato quanto sia ricca di potenziali prede per i rapaci che infatti hanno allevato quattro robusti pulcini che in seguito, circa un mese dopo l’abbandono del nido, sono riuscito a ritrarre con una semplice macchinetta digitale, una foto di gruppo alquanto scadente ma molto importante quale prova inoppugnabile del successo dell’operazione». È il racconto di Antonio Pisanu, ancora oggi emozionato come ieri. «Spero – dice – che chiunque trovi questa piattaforma che poggia su raggi e cerchione in lega leggera abbia la sensibilità di rispettarne gli occupanti anche perché una banale foto sul nido non ha lo stesso valore e non crea l’emozione che può comunicare un’immagine che ritrae un astore adulto che attraversa il bosco veloce come un dardo palpitante, come un alito di sogno: libero come il vento. Quella libertà che per lunghi anni Giovanni Chironi aveva inseguito con caparbia determinazione».

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