Lobina, conto alla rovescia per l’Everest
L’alpinista affronterà la vetta più alta del mondo a partire dal 19 marzo. Entro il 2017 conta di andare anche in Antartide
NUORO. Il conto alla rovescia scorre inesorabile nel sito sardegna7summits appena rivisto nella grafica da Sabina Era. Mancano 115 giorni all’impresa più difficile che Angelo Lobina dovrà affrontare nell’ambito del progetto che lo vede scalare, da due anni a questa parte, le vette più alte dei sette continienti. “Everest, ci siamo quasi” è scritto nell’orologio countdown che ricorda ai visitatori la prossima impresa che l’alpinista nuorese intraprenderà a partire dal 19 marzo 2017: la vetta più alta della Terra con i suoi 8.848 metri. Per Lobina è la sesta tappa del progetto Seven Summits: una volta conclusa potrà guardare a quella conclusiva, in Antartide, chiudendo così, probabilmente sempre nel 2017, il ciclo di quello che ha definito il sogno della sua vita, all’età di 55 anni.
Come procede l’organizzazione dell’impresa?
«Sono in pieno marasma organizzativo! Continuo a predisporre tutto insieme con i due alpinisti italiani che come me vogliono tentare la scalata. Ci siamo conosciuti in Rete tramite amici comuni e abbiamo deciso di muoverci insieme. Per tutti sarà la prima esperienza sull’Everest, ma uno di noi ha già fatto un ottomila».
Sinora la montagna più alta che ha affrontato nell’ambito del progetto Seven Summits è l’Aconcagua in Argentina, 6962 metri. È un’esperienza paragonabile alla scalata dell’Everest?
«No, a cominciare dal fatto che la vetta nell’Himalaya comporta una spedizione della durata di due mesi, necessari per abituarsi pian piano, a varie altezze, alla quota via via crescente, e nel contempo riuscire a portare sempre più in alto il campo, in modo da arrivare al cosiddetto campo quattro, a ottomila metri, dal quale si ha la vetta, come dire, a tiro. Da quel momento contiamo di arrivare in vetta in un periodo dalle 16 alle 22 ore, per poi ridiscendere a quota ottomila. Dopo l’impresa è, letteralmente, tutta in discesa: in tre giorni si torna al campo base a 5400metri e dunque verso casa. In realtà noi, che scaleremo dal versante nepalese, contiamo di allestire il nostro campo base a seimila metri, in modo da evitare di percorrere più volte una parte considerata molto pericolosa dove si verificano numerosi incidenti, dovuti a crolli, valanghe, crepacci che si aprono».
In Nepal che tipo di assistenza avrete?
«Ci stiamo organizzando con una società di servizi locale che ci procurerà permessi e quanto necessario. Con loro saliremo sino al campo base».
Che condizioni climatiche troverete?
«Al campo base, in quel periodo, la notte si arriva a 10 gradi sotto zero, ma è abbastanza riparato. Ovviamente ci muoveremo nella stagione premonsonica, dunque prima di giugno, per evitare ulteriori complicazioni. Agli ottomila invece le temperature possono arrivare anche a meno 40, con un tempo molto variabile».
Una scalata così lunga, che richiede appunto due mesi di spedizione, necessita di un grosso equipaggiamento?
«Indubbiamente sì. Al monento non so quantificarlo esattamente, certo è che avremo zaini pesanti, considerando che dal campo base alla vetta occorrono almeno 45 giorni. Avremo anche le bombole con l’ossigeno, come il 90 per cento di chi va sull’Everest.È anche una questione di sicurezza, e poi si evitano i congelamenti così diffusi. Non so se le useremo: è una decisione che ci riserviamo di prendere al momento opportuno».
Che tipo di preparazione fisica serve per un’impresa del genere?
«Mi sto preparando con varie sessioni di allenamento in palestra, poi faccio nuoto, bici, arrampicata. Ho un amico allenatore che mi segue, ma non sono riuscito a organizzare un team, con la presenza di un medico per esempio, come in genere accade. Ma non do la colpa a nessuno di questo, il problema è tutto mio nel senso che ho gran parte della giornata impegnata dal lavoro di commerciante, e il tempo che mi resta, anziché usarlo per promuovere il progetto, lo impiego per allenarmi o per pianificare la scalata».
Sta affrontando unicamente con le proprie forze un’impresa che ha costi economici elevati. Aveva preventivato una spesa di 200mila euro per quello che ha definito il sogno di una vita. È rientrato nel budget?
«Parliamo d’altro, è meglio».
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