La difesa: «I fratelli dovevano parlarsi»
Udienza del processo per l’omicidio Piras: ricostruite le ultime ore di vita della vittima e i legami con la famiglia d’origine
NUORO. «Da una continua valutazione psichiatrica è emerso un profondo disagio con manifestazione di tipo ansioso. Non emerge mai però, un’alterazione psichica ma uno stato d’ansia legato alla componente dell’anaffettività». Ha concluso in questo modo il perito nominato dal tribunale per la valutazione dello stato di salute di Alice Flore, accusata insieme al marito Nico Piras, dell’omicidio del cognato Angelo Maria Piras, ucciso il 25 gennaio del 2015 nelle campagne di Lula. Ieri mattina il presidente della Corte d’Assise, Giorgio Cannas (a latere Antonella Useli Bacchidda), ha infatti chiesto l’acquisizione delle cartelle cliniche dal carcere in cui la donna è detenuta, per valutare meglio se il regime di detenzione che la Flore sta subendo sia compatibile con le sue condizioni di salute. Poi il processo è entrato nel vivo, con la deposizione di una lunga lista di testi che hanno ricostruito nei particolari i dissidi familiari che sono alla base dell’impianto accusatorio di questo processo indiziario, basato esclusivamente sull’uso delle intercettazioni.
Il suocero della vittima «Sono stato io a trovare mio genero – ha detto Antonio Calia, padre di Maria, moglie del giovane ucciso – Ero andato in campagna a mungere intorno alle 6,30 e poi mi ero spostato nei terreni vicino al paese, a Jana e pruna, dove dovevo andare a fare il formaggio. Angelo Maria, dopo un periodo di separazione, era tornato a vivere con mia figlia. Quella mattina avevo visto il cadavere e anzichè fermarmi, ho girato l’auto e sono andato a dare l’allarme alla caserma dei carabinieri. Sapevo che stava aggiustando una ruspa di proprietà di Pietro Porcu, un mio vicino e sapevo pure che con la sua famiglia non aveva buoni rapporti. Quando mi sentirono i carabinieri ricordai dell’episodio in cui Nico ferì Angelo Maria con un colpo d’arma da fuoco, ma non sapevo perchè allora avessero litigato. Ormai mio genero faceva vita ritirata – ha aggiunto Calia – ma non so dire se avesse dei nemici. È anche vero che quando era stato dato in affidamento in prova si era preoccupato di questo il fratello Nico. Inoltre – ha concluso il suocero della vittima – Angelo Maria non aveva l’auto e si muoveva a piedi. Spesso, soprattutto quando veniva in campagna a darmi una mano, il passaggio glielo davo io».
Gli inquirenti Dopo di lui è toccato ai carabinieri della stazione del paese che ricevettero la notizia dell’omicidio intorno alle 8,30. Prima il comandante, il maresciallo Francesco Longo che si era preoccupato di delimitare l’area attorno al cadavere in attesa dell’arrivo dei colleghi della Rilievi, per evitare che si potesse inquinare. «Quando succedono fatti di questa gravità è il Comando provinciale che si occupa delle indagini – ha risposto il maresciallo alle domande della difesa (rappresentata dagli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi) – Per quanto riguarda le fucilate contro l’abitazione di Angelo Maria Piras qualche anno prima, erano state collegate ad una bravata da parte di ragazzi del paese che avevano danneggiato anche altre abitazioni». E ad un’altra domanda dell’avvocato Lai «se sapesse in che rapporti fosse la vittima con Raimondo Melone (condannato in primo grado per il tentato omicidio Cabua), e se fosse a conoscenza anche del fatto che nelle intercettazioni inerenti proprio quel procedimento, qualcuno aveva proposto 25mila euro per l’uccisione di Angelo Maria Piras» il maresciallo Longo ha risposto negativamente. Affermazione questa alla quale ha fatto seguito la deposizione dell’appuntato Salvatore Arena che ha dichiarato di aver svolto solo indagini marginali. Ha inoltre fatto presente in aula di non ricordare che la vittima fosse stata implicata nell’assalto alla camionetta dei carabinieri.
Particolari che hanno portato la difesa a dichiarare che le indagini dell’omicidio Piras «sono state fatte a senso unico e rivolte solo ai due imputati. Nessun accertamento è stato svolto, invece, nei confronti di soggetti che con la vittima avevano avuto diversi problemi».
La vedova Non ha mai guardato in faccia i due impuati. Ha rivolto lo sguardo solo al Pm Andrea Ghironi e ai due avvocati della difesa che le facevano le domande. Maria Calia vedova di Angelo Maria Piras che, insieme ai figli, si è costituita parte civile attraverso gli avvocati Giavanni Colli, Francesco Mossa e Paolo Canu, non riuscendo a mascherare la tensione ieri ha affrontato la deposizione davanti alla Corte. Ha raccontato in aula dei rapporti conflittuali tra il marito e la famiglia d’origine, assente pre al funerale e ricostruito gli ultimi momenti di vita di Angelo Maria.
«Quella mattina era uscito alle 6,30 e so che doveva recarsi a Ughele, una località vicina al punto in cui è stato ucciso per aggiustare un mezzo. Avevo saputo che il giorno prima aveva avuto un ennesimo litigio per le divisioni con il fratello Nico, ma mi aveva anche aggiunto che si sarebbero dovuti vedere l’indomani per risolvere ogni cosa. Angelo Maria – ha concluso la moglie – era un abitudinario. Aveva una vita regolare, lavorava e rientrava a casa».
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