La Nuova Sardegna

Nuoro

La doppia vita del leccio diventato nido di aquile

di Luciano Piras
La doppia vita del leccio diventato nido di aquile

Gli appostamenti tra boschi e rocciai e le fotografie di due amici di Sorgono «Vedere la regina dei cieli in quell’albero è stata l’esperienza più emozionante»

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SORGONO. «All’improvviso, sul far della sera, ecco il maschio esibirsi in spettacolari festoni con una frasca tra le zampe per poi scomparire». La prova tanto cercata e attesa è lì a due passi da uno sperone di roccia. È soltanto una questione di minuti contati. Nanni Marras e Lello Arru cominciano a radiografare il ribollire delle chiome. «Ma tutto è inutile: l’aquila sembra sparita, inghiottita da quel mare di fogliame». Eppure troppe volte in quella zona, i due amici di Sorgono avevano fatto avvistamenti. Vogliono la prova decisiva, ma non riescono ad averla. Mentre Arru con il binocolo perlustra chiome e cime appollaiato in cima a un contrafforte del Gennargentu che solo la sua volontà di ferro gli permette di raggiungere, Marras percorre meticolosamente il bosco e la base delle rocce alla ricerca di indizi. Ma l’aquila è già sparita nel nulla.

L’indomani mattina, il primo sole coglie i due amici già appostati nello stesso punto, intenti a “divorare il bosco” con i binocoli. Ma stavolta sono più fortunati, la luce radente del pomeriggio mette in evidenza una macchia dorata che risalta tra il verde cupo dei lecci. Il particolare non sfugge a Nanni Marras che sale su un albero per avere una visione migliore e quasi perde l’equilibrio quando con la sua reflex inquadra chiaramente la testa della grossa femmina che brilla ai tenui raggi invernali mentre la regina è occupata a sistemare il suo spropositato nido.

Finalmente l’enigma è risolto: il nido non è su roccia ma su un albero, e che albero! «Quando, tempo dopo, io e un altro fotografo, dietro graditissimo invito giungiamo al capanno predisposto dagli amici, ci troviamo come di fronte ad un’opera d’arte, uno spettacolo grandioso» racconta Antonio Pisanu, nuorese della combriccola con la febbre di Horus. Nanni Marras e Lello Arru formavano già da parecchio tempo un tandem perfetto unito dalla passione per la politica e le allegre serate conviviali ma, soprattutto, la fotografia naturalistica.

«Un collaudato binomio, quasi una simbiosi mutualistica» (dice di loro Pisanu), che li aveva spinti a percorrere l’isola in lungo e in largo nella meticolosa ricerca di specie vegetali e animali la cui osservazione e relativa documentazione fotografica rappresentava quasi una fede, un’estasi religiosa. Tant’è vero che già nei primi anni Novanta avevano immagazzinato un voluminoso archivio di foto e dati. Così, anche quella mattina, per l’ennesima volta, battevano una dorsale alberata racchiusa da una corona di rocciai spesso sorvolata dalle aquile reali.

«Tante altre volte avevamo visto aquile che imbeccano o si accovacciano a protezione del pulcino ma in quel contesto, su una enorme piattaforma poggiata su un vero patriarca che svetta solenne tra una marea di lecci, ci lasciava davvero senza fiato – continua Antonio Pisanu –. Inoltre Nanni stavolta aveva superato sé stesso: il rifugio per fotografare era posto su un ripiano di roccia con il bosco alle spalle e mimetizzato in maniera oserei dire maniacale: sembrava di essere in uno dei palchi più esclusivi del Teatro alla Scala. Assieme seguimmo tutte le fasi di sviluppo fino al regolare involo del pulcino. Anni dopo ho avuto modo di documentare altri nidi d’aquila su albero ma quella è stata di gran lunga l’esperienza più emozionante e coinvolgente».

Ma la storia non finisce qui. «Tempo dopo tutta l’area viene sottoposta a taglio e molti degli alberi che affiancavano il gigante vengono abbattuti e il nido, ormai sguarnito, non viene più occupato. A onor del vero sotto il profilo dello sfruttamento razionale del bosco il lavoro è stato eseguito a regola d’arte e senza eccessi però per noi che avevamo conosciuto la magia di quel luogo è stato un colpo durissimo – spiega ancora Pisanu –. Ma Nanni non è tipo che ceda facilmente le armi e questo epilogo proprio non lo sopportava infatti, in collaborazione con il fratello Mauro, decide di costruire ex novo un’altra grande piattaforma poco distante (in termini di volo d’aquila...) in una valletta laterale, lontana da occhi indiscreti, dove il taglio era stato fatto di recente quindi per parecchi anni non verrà ripetuto. Si mettono al lavoro di buona lena e nel giro di alcuni giorni creano un piccolo capolavoro. La nuova mega-struttura si rileva subito molto invitante per i signori del cielo che la occupano senza indugio adattandola alle loro esigenze: tuttora, pur a distanza di anni, continuano a frequentarla regolarmente allevando con successo la loro prole» chiude il racconto Antonio Pisanu. (l.p.)

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