A Ottana la magia di Boes e Merdules
Ieri “sa prima essia” in occasione dei falò per sant’Antonio abate. Festa di popolo e cena comunitaria davanti al fuoco
OTTANA. Tre giri propiziatori intorno al fuoco. Proprio come aveva fatto, poco prima, la processione con il simulacro del santo, dopo la benedizione del falò. Poi via, tra la folla, in piazza, in una sorta di immersione popolare che la sera di sant'Antonio, a Ottana, fa tutt'uno tra riti religiosi e profani, tra credenze e miti, tra maschere etniche e aggregazione collettiva, con la cena comunitaria intorno al fuoco. Boes e merdules hanno fatto ieri, all'imbrunire, "sa prima essia", la prima uscita del 2017, che coincide, come ogni anno, con l'accensione del fuoco ("s'ogulune") in onore di sant'Antonio abate. L'hanno fatta, la prima uscita, appena la processione è rientrata in chiesa, dopo la benedizione del falò e i tre giri con il simulacro del santo, intorno al fuoco. Tutto secondo un antico copione, sempre uguale, che rinnova la sintesi tra devozione religiosa e riti propiziatori. È accaduto anche ieri sera, in piazza San Nicola, ai piedi dall'antica cattedrale vescovile, che, illuminata dalla fiamme, sembrava ancora più austera, quasi surreale, lassù, nel poggio più alto del paese. In piazza, invece, si faceva festa intorno al grande falò, che riscaldava i cuori, mentre il gelo della notte stellata scendeva sempre più implacabile, ma insensibile nel palpitare della festa. Le maschere, dopo aver adempiuto ai tradizionali giri intorno al fuoco, si sono confuse con gli spettatori a brindare alla festa, quasi che anche questo turbinio di voci e di bicchieri facesse parte di un rito da consumare in onore al santo e alla natura pagana, per accattivarsi il favore di entrambi e il loro sguardo benevole verso i campi e il lavoro del contadino.
Tutto questo si è vissuto ieri notte a Ottana nella serata dedicata ai vespri in onore di sant'Antonio abate e a "sa prima essia" di boes, merdules e filonzana, la lugubre parca che fila il destino degli uomini.. Una sorta di sincretismo tra sacro e profano nel nome del santo e delle maschere. La lunga giornata di ieri si è aperta di buon mattino con la preparazione della catasta di legna da accendere la sera. Un movimento di trattori che, dai luoghi prestabiliti, hanno portato la lega da ardere. Alle 16 la celebrazione della messa solenne nella chiesetta dedicata a sant'Antonio, il rosario e i vespri con il rito della donazione del pane votivo dentro e fuori la chiesa. La processione e la benedizione del fuoco con i tre giri intorno alla catasta ardente hanno concluso i riti religiosi. Subito dopo, all'improvviso, intorno alle 18.30, ecco la comparsa delle maschere, annunciata dal ritmo del suono dei campanacci ("sos sonazzas") che portano a tracolla.
L'attenzione è tutta per loro, boes e merdules, infagottati nelle pelli di pecora e le maschere sul viso intagliate nel pero selvatico e sa filonzana, brutta e azzoppata, vestita di nero con il fuso e la conocchia. La serata è stata conclusa dalla cena collettiva a base di "fae e lardu"che ha consolidato l'antica tradizione che vede i riti in onore di sant'Antonio e "sa prima essia" come un momento di festa comunitaria.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
