La madre: «La vita di Angelo era segnata»
NUORO. Udienza carica di tensione ieri in Corte d’Assise a Nuoro. Elvira Murru, madre della vittima e dell’imputato, ha deposto come teste all’udienza del processo per l’omicidio di Angelo Maria...
NUORO. Udienza carica di tensione ieri in Corte d’Assise a Nuoro. Elvira Murru, madre della vittima e dell’imputato, ha deposto come teste all’udienza del processo per l’omicidio di Angelo Maria Piras, il quarantenne di Lula, ucciso a fucilate nella campagne del paese il 25 gennaio del 2015 e del cui delitto sono accusati il fratello Nico, 35 anni, e la moglie Alice Flore di 33 (difesi dagli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi). Attimi infiniti per la donna che ha ripercorso i momenti più dolorosi della sua vita.
Il racconto. Una deposizione sofferta quella della donna di origini ogliastrine, nel corso della quale è emersa una situazione familiare caratterizzata da rapporti conflittuali tra fratelli che mai, comunque «sarebbero arrivati a fare – secondo lei – quanto minacciavano». Vedova e madre di tre figli, da 18 anni Elvira Murru ha deciso di vivere lontano da Lula. Si è trasferita nella Penisola, anche se con il paese ha continuato a mantenere forti legami.
«Angelo Maria era particolare – ha sottolineato la donna – assumeva comportamenti che non condividevo, tant’è che passavo lunghi periodi senza sentirlo. Diceva una cosa e ne faceva un’altra. Nico mi teneva informata su tutto, anche sulle loro questioni. Lui si preoccupava del fratello. Per esempio, quella volta che gli aveva sparato alla gamba perchè si era difeso (nel maggio del 2010 ndr), Nico mi aveva chiamato in lacrime raccontandomi cos’era successo e mi aveva chiesto di chiamare il fratello maggiore per sapere come stava, visto che era stato ricoverato in ospedale. Ma anche quando Angelo Maria si era separato dalla moglie ed era finito in carcere per l’assalto alla camionetta dei carabinieri, erano stati Nico e Alice ad andare a trovarlo in carcere. Miei figli avevano deciso di mettersi a lavorare insieme. Avevano chiesto un prestito e acquistato due ruspe ma, a estinguere quel prestito, era stato solo Nico lavorando ad ore. Nonostante tutto Angelo Maria rivendicava la paternità di uno di quei mezzi».
Una vita segnata. «Ogni tanto sbarellava – ha detto ancora la donna – ma non era colpa sua. Io ho sempre pensato che lui abbia subito l’influenza negativa da parte della famiglia di mio marito. Quando venne ucciso il padre, Angelo Maria aveva 11 anni e aveva assistito all’omicidio. Gli assassini avevano il volto coperto ma lui non aveva mai smesso di indagare per scoprirne l’identità. Voleva vendicarlo e in paese tutti lo sapevano. Ma se Angelo Maria è cresciuto così – ha aggiunto la madre – non era colpa sua. Ho sempre attribuito le responsabilità alla famiglia paterna. Gli zii, infatti, dopo l’omicidio lo istigavano, lo facevano uscire di casa con l’intento di fargli individuare, dalla camminata, le persone che avevano ucciso il padre. Lui era cresciuto così, con questa mentalità. Penso che il colpo per lui potesse arrivare da qualsiasi parte – ha aggiunto la madre – aveva litigato più volte con diverse persone in paese e aveva subito anche due attentati».
Il presidente della corte Giorgio Cannas, a quel punto, ha chiesto alla donna di fare i nomi delle persone che avevano avuto degli screzi con il figlio. «Raimondo Melone» ha detto la donna. Nome già noto alle cronache perché condannato per il tentato omicidio dell’ex vice sindaco del paese, Giovanni Cabua. Lui e Angelo Maria Piras avevano litigato per un furto di maialetti.
Il passaggio delle scarpe. Il pubblico ministero Andrea Ghironi ha chiesto alla teste di spiegare il aula il passo delle intercettazioni in cui, parlando col figlio Nico, gli diceva che gli avrebbe mandato a breve le scarpe. Secondo l’accusa, l’imputato si era liberato degli scarponi usati durante l’omicidio del fratello e sollecitava la madre perchè gliene inviasse un altro paio.
«In realtà – ha detto la donna – Nico mi aveva mandato indietro delle scarpe da lavoro in gore tex che erano difettose. Dovevano cambiarmele e solo allora avrei potuto rispedirgliele. Ogni anno gli mando delle scarpe. Quelle a cui ho fatto riferimento quando mi ha detto che aveva i piedi bagnati – ha specificato la donna – erano delle altre scarpe “per uscire” che gli avevo mandato forse l’anno prima e che gli avrebbero permesso di tenere i piedi al caldo».
Un altro indagato. Solo ieri si è saputo che un altro giovane lulese, Franco Paolo Chessa, amico degli imputati, risulta indagato per il delitto e tuttora iscritto sul registro, nonostante la prova dello stub sia risultata negativa e l’alibi da lui fornito, confermato da due compagnie di caccia che la mattina dell’omicidio lo avevano visto, a bordo del suo fuoristrada, in due posti diversi, lontani dal luogo del delitto.
Ieri, infatti, è stato sentito come teste assistito e in presenza dell’avvocato Mario Carboni, ha risposto alle domande delle parti.
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