Sistema museale, chiesti 2 anni per calunnia
Macomer, il presidente di Prometea Sergio Muroni nei guai per la gestione dei beni culturali
MACOMER. Una calunnia che vale due anni. A sostenerlo è il pubblico ministero Armando Mammone che ha concluso così la sua requisitoria nella prima tranche del processo per la questione dell’affidamento della gestione del Sistema museale macomerese. Ma quello andato in scena ieri con il rito abbreviato è l’atto più marginale del procedimento che punta il mirino contro l’affidamento della gestione dei beni culturali pubbliic. Sergio Muroni, 42 anni, presidente della Fondazione Prometea di Macomer, si ritrova di fronte al giudice per le udienze preliminari Elisa Marras perché si scagliò contro chi lanciava accuse sulle procedure con cui era stato affidato l’appalto. Dibattiti pubblici e post sui social network avevano scatenato la reazione di chi difendeva invece quell’iter burocratico che però è finito nel mirino della magistratura.
Nelle scorse settimane c’è stato il rinvio a giudizio di Rossana Muroni e dello storico dell’arte cagliaritano Roberto Concas, accusati di turbativa d’asta. Sergio Muroni era finito sotto indagine a seguito di una querela per calunnia ai danni dell’archeologa nuorese Isabelle Paschina, che proprio su Facebook aveva sollevato i suoi dubbi sulle mosse che avevano portato all’assegnazione dell’appalto alla Fondazione Prometea.
Sergio Muroni che della fondazione è presidente aveva quindi denunciato per diffamazione l’archeologa che ora è parte civile assistita dall’avvocato Giuseppe Longheu. Nel momento in cui era scattata l’inchiesta i ruoli si erano ribaltati. Caduta la diffamazione, la querela ha avuto l’effetto di un boomerang. Per la calunnia il pubblico ministero ha chiesto la condanna a due anni. Sarà così? Lo si saprà nell’udienza del 6 marzo fissata per le repliche, ma intanto anche la difesa affidata all’avvocato Caterina Culeddu Dore ha esposto le proprie tesi che vanno in direzione opposta a quelle dell’accusa. Sebbene la diffamazione possa realmente considerarsi decaduta, non è automatico che la denuncia andata a vuoto rechi con sè ora il reato di calunnia. Chi la presentò si sentì realmente offeso per quanto contenuto nei post e solamente in un momento successivo le indagini portarono all’esito del procedimento così come ora si va definendo.
È per questo che la difesa ha sollecitato l’assoluzione, in attesa di giocare le ultime carte e di attendere la decisione del giudice per le udienze preliminari.
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