La Nuova Sardegna

Nuoro

Il mistero dei due pini di Grazia Deledda

di Luciano Piras
Il mistero dei due pini di Grazia Deledda

Uno studio curato da Graziano Costa chiude la lunga polemica nata intorno all’albero a due passi da viale Murichessa

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NUORO. Il pino di Grazia Deledda. O meglio: i pini di Grazia Deledda. Sì, perché in realtà erano due i pini del Premio Nobel, anche se oggi ne resta traccia di uno soltanto, a ridosso di viale Murichessa, zona Badu ’e Carros. Un albero appartenente alla famiglia Pinaceae ormai disseccato, scavato dagli insetti ma comunque tenuto miracolosamente in piedi grazie all’impegno degli abitanti del vicino quartiere, Su Pinu, appunto, che qualche anno fa si opposero all’ipotesi di abbatterlo. Testimone unico, dunque, di uno spaccato di storia e memoria nuoresi che altrimenti rischiano di perdersi tra le maglie del tempo.

«Un luogo “Deleddiano”, al pari della Solitudine, dell’Ortobene, del santuario di San Francesco, un luogo che potrebbe diventare un Parco della lettura» propone Graziano Costa, presidente dell’associazione Orthobenessere onlus e curatore di una ricerca sfociata in una piccola pubblicazione, “Il pino di Grazia Deledda”, che sta risvegliando le attenzioni dei nuoresi. Finora divisi in una delle solite polemiche tipiche “deleddiane”, tra chi dice che il pino di viale Murichessa non è affatto quello della scrittrice e chi dice che senza dubbio è quello il pino dove la giovane romanziera di Santu Predu passava il suo tempo a meditare, fantasticare e a scrivere, lontano da Nuoro (e non soltanto simbolicamente!), quando Su Pinu era ancora nelle campagne solitarie alla periferia dell’allora futuro capoluogo di provincia.

È l’ottobre del 1899 quando Grazia Deledda, 28enne, invia una lettera al poeta giornalista sassarese Luigi Falchi: «Spesso vado in campagna suggestiva: una pianura melanconica, deserta, senz’alberi. La nostra vigna è l’ultima; due pini alti fremono continuamente sotto il cielo d’un azzurro triste di viola mammola; al di là cominciano le “tancas” melanconiche, animate solo da qualche greggia, e sembrano sconfinate. Da sotto il pino (ove è inciso il nome di Sebastiano Satta che deve aver sentito la triste poesia di questo luogo) io guardo la vastità desolata e desidero andare, andare attraverso questa infinita eppur dolce tristezza della natura sarda. Chissà? Se diventerò ricca, mi farò la casa qui sotto l’incensante murmure dei pini… ».

È questo il primo riscontro documentale che Graziano Costa raccoglie ricostruendo la storia del pino di Grazia Deledda. Dei pini, meglio: uno nei terreni di proprietà della famiglia Deledda-Cambosu; l’altro nei possedimenti confinanti della famiglia Are. È quest’ultimo l’attuale pino di viale Murichessa. Il primo pino, invece, è caduto, abbattuto da una tempesta, la notte del 3 febbraio 1967. Così testimonia lo xilografo, giornalista, critico e ricercatore poliedrico Remo Branca in un articolo pubblicato dalla rivista “Frontiera”.

«La scrittrice, come lei stessa racconta – sottolinea Graziano Costa –, frequentava quei luoghi e si recava in entrambi i pini, quello posto sulla propria vigna e quello ove vi era inciso il nome di Sebastiano Satta». Anche Bustianu, il vate di Barbagia che conosceva la “compaesana” Grazia Deledda già dall’ottobre del 1894, evidentemente cercava refrigerio e ispirazione all’ombra del pino, nei pressi delle località Toddotana e Padre Leo.

La conferma che i pini di Grazia Deledda fossero due arriva anche dal rapporto epistolare del futuro Premio Nobel per la letteratura con Angelo De Gubernatis, direttore della “Rivista delle tradizioni popolari italiane”. «Mio carissimo amico, ieri non Le ho scritto perché ero in campagna – si legge in una missiva del 14 ottobre 1893 –. Ed ho riletto la sua lettera lassù, nella triste landa dove anche le vigne gaje hanno un aspetto di desolazione, sotto il vecchio pino altissimo il cui fremito mi pareva il lamento doloroso del paesaggio». Successivamente, il 27 maggio 1894, Grazia Deledda scrive sempre a De Gubernatis: «Eravamo in un pianoro, io e un’altra fanciulla da gli occhi azzurri vuoti e profondi come i cieli, come disse Boudelaire. Sulle nostre teste i pini fremevano incessantemente, e sulla strana pianura l’erba ed i fiori raggiungevano quasi la nostra fronte. Così avvenne che chiusi gli occhi e pensai a te, mentre il canto bizzarro della mia compagna da gli occhi azzurri, scendeva e saliva col vento, con l’ondeggiar delle nuvole d’argento, col fremito dell’erbe e col sussurro dei pini». Scenari che rivivono nel romanzo autobiografico “Cosima”, postumo e incompleto, come pure nel celebre capolavoro “Cenere”, del 1903. È del 1937, invece, un anno dopo la morte della scrittrice, la pubblicazione della raccolta “Il cedro del Libano”: tra le novelle c’è anche “Sotto il pino”. Il teatro è quello dei due pini.

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