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Nuoro

Anziani maltrattati nella casa di riposo, una teste: «Mio padre morì disidratato»

di Valeria Gianoglio
Anziani maltrattati nella casa di riposo, una teste: «Mio padre morì disidratato»

Corte d’assise, il racconto dei familiari dei pazienti ospitati nella struttura di via Aosta a Nuoro: «Li lasciavano sporchi e malnutriti»

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NUORO. «Mio padre era stato portato nella residenza anziani di via Aosta, dopo che avevano chiuso quella di via Lombardia, nell’estate del 2013, ma in via Aosta si era trovato malissimo. Andavo ogni giorno a trovarlo e mi diceva che mangiava male, che non gli somministravano sempre nemmeno l’insulina, e poi non gli davano da bere l’acqua che gli serviva. Alla fine entrò in coma, venne ricoverato in ospedale e lì accertarono che era morto perché disidratato. Le mie lamentele e segnalazioni continue, purtroppo, non erano servite a nulla». Sono passati tre anni e mezzo, dalla morte del padre, ma Angela Granara non ha dimenticato quelle settimane difficili dell’estate 2013, culminate poi con la scomparsa, dopo un ricovero d’urgenza in ospedale, del padre Nicola. La sua è stata la testimonianza chiave per l’accusa, ieri mattina, in corte d’assise, al processo che vede la responsabile della “Residenza familia” di via Aosta, Rosanna Serra, e il titolare dell’associazione che gestiva la struttura per anziani, Gianluca Masala, a giudizio con l’accusa di abbandono di incapace, mancata predisposizione delle necessarie misure di sicurezza anti incendio e di altre omissioni, lesioni personali di un paziente affetto da Alzheimer, decesso di un’anziano, abbandono di altri anziani.

«Andavo a trovare tutti i giorni mio babbo – continua Angela Granara – e lui si lamentava. “Si sta male qui”, mi diceva. Ogni mese chiamavo l’estetista per tagliargli le unghie dei piedi. La chiamai anche per recarsi nella struttura di via Aosta ma quando arrivò, tolse le calze a mio padre e si accorse che aveva i piedi neri, si rifiutò di procedere. Allora dovetti provvedere io, per lavarglieli. Ma non bastava: in via Aosta non gli davano nemmeno da bere. Lui aveva bisogno di bere due litri di acqua al giorno, aveva anche il catetere. Ma in via Aosta, per dargli l’acqua, gliela portavo io tutti i giorni. Io non facevo che lamentarmi con i dipendenti della struttura, con Antonio Pireddu, con Massimo Ganga, con chiunque, ma non serviva a niente. Mi lamentavo dei disservizi anche con Rosanna Serra, lei mi diceva “Provvederemo, faremo”, ma poi non cambiava niente». «Mi scusi, signora – le chiede l’avvocato di Rosanna Serra, Francesco Lai – ma se la situazione era così grave come racocnta perché allora ha lasciato suo padre lì?». «Perché non avevo scelta – risponde Angela Granara – a casa mia non potevo portarlo, avevo anche mio marito malato da seguire».

«A fine agosto del 2013, poi, successe anche altro – aggiunge la teste Granara – vedevo mio padre caldo, e poi mi davano i suoi pantaloni e sentivo che erano pieni di urina. C’era qualcosa che non andava: il catetere perdeva. Mio padre aveva la febbre, aveva una infezione in atto. Il 30 agosto 2013, alle 2 mi chiama Sara, una delle assistenti, e mi dice “Hanno portato tuo babbo in ospedale”. Corsi da lui. La mattina lo aveva visto una infermiera, l’avevano chiamata per cambiargli il catetere ma lei non lo fece perché si accorse che era già in stato comatoso, e lo disse alla direttrice».

Rosanna Serra, presente anche ieri al processo, sentite queste parole, decide allora di intervenire in udienza per fare una dichiarazione: «Quella mattina io non ero presente nella struttura – precisa – quindi non è vero che qualcuno mi aveva segnalato che c’era quel problema». Il suo avvocato, Francesco Lai, alla luce di quanto raccontato dalla teste Granara, annuncia alla corte che chiederà di sentire, come teste di risulta, l’infermiera che quella mattina di fine agosto aveva visto Nicola Granara.

«Mio padrè morì in ospedale dopo qualche giorno – continua la testimone Angela Granara – al pronto soccorso mi dissero che era arrivato in grave stato di disidratazione. Aveva anche vomitato bile. Denunciai tutto ai carabinieri dopo qualche mese, solo perché stavo ancora elaborando la cosa, ma nel frattempo l’avevo segnalata al vescovo, al Comune, alle assistenti sociali. Sapevo che non potevo lasciarla passare».

Nell’udienza di ieri, ha deposto come teste anche il vicecomandante dei vigili del fuoco del comando provinciale di Nuoro, Angelo Ambrosio. Sollecitato dalle domande del pm, ha spiegato come al momento del sopralluogo disposto dalla Procura nella struttura di via Aosta, i posti letti risultavano una quarantina, dunque superavano la soglia dei 25 richiesti per non far scattare un lungo elenco di misure di sicurezza previstedalle norme. «Ma poi le prescrizioni sono state sanate e rispettate?», gli chiede l’avvocato Francesco Carboni. Ambrosio conferma di sì. L’avvocato di parte civile, Nazarena Tilocca, fa notare che le prescrizioni erano state rispettate solo alla data del 6 giugno 2015, e dunque dopo che si erano verificati gli episodi e le morti per le quali poi si è arrivati a processo.

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