Omicidio di Lula: Alice Flore torna a casa dopo 16 mesi in cella
È accusata con il marito dell’assassinio del cognato. Va ai domiciliari: accolta la richiesta della difesa Nico Piras al pm: «Angelo il giorno prima mi aveva aggredito, ma l’indomani dovevamo rivederci»
NUORO. Arresti domiciliari per Alice Flore, la giovane 33enne accusata insieme al marito Nico Piras (35) dell’omicidio del cognato Angelo Maria, allevatore 40enne di Lula ucciso a fucilate il 25 gennaio 2015 nelle campagne del paese. Mancavano pochi minuti alle 14 quando il presidente della Corte d’assise di Nuoro, Giorgio Cannas, dopo essersi ritirato per oltre mezz’ora in camera di consiglio, accogliendo la richiesta della difesa (che ha trovato il consenso anche del pm) ha sostituito la misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari per l’imputata. Ieri dopo 16 mesi di carcere (era stata arrestata il 2 novembre 2015) la donna, fisicamente provata, si è comprensibilmente lasciata andare a un pianto liberatorio. Insieme al figlio potrà vivere a casa dei genitori a Bitti e comparirà in aula solo per assistere alle udienze.
Esame dell’imputato. Mentre Alice Flore ieri ha scelto di non sottoporsi all’esame del pm Andrea Ghironi, il marito accusato di essere l’autore materiale dell’omicidio del fratello maggiore, per dissidi familiari, ha risposto a tutte le domande dell’accusa che si è soffermata in particolare sulle condizioni in cui si trovava la porta d’ingresso della sua abitazione il giorno del delitto. Elementi importanti, emersi poi dalle intercettazioni ambientali sulle quali si è basato l’intero impianto accusatorio.
«La rottura della porta a quando risale? Manco a farlo a posta si è rotta proprio quei giorni?» ha chiesto Ghironi all’imputato. «Era difettosa da tempo – ha risposto Nico Piras – e proprio il giorno mia cognata doveva recarsi a Nuoro per comprare il chiavistello».
«Potrebbe invece raccontarci cos’è successo il giorno prima del delitto tra lei e suo fratello?» ha aggiunto il Pm. «Il 24 gennaio stavo lavorando in campagna e all’improvviso – ha raccontato Nico – Angelo Maria è uscito da un macchione e mi ha aggredito. Aveva dei guanti e un fucile automatico che ho cercato di strappargli. Sono partiti due colpi, uno ha raggiunto il trattore. Poi mi ha colpito violentemente al capo e a quel punto ho estratto un coltello a serramanico per difendermi. L’ho minacciato e solo allora, allontanate le armi, abbiamo iniziato a parlare. Lui – ha aggiunto Piras – voleva indietro un trattore che riteneva suo, anche se in realtà l’avevo pagato io. Avevo deciso di darglielo a condizione che mi facesse ritrovare delle cose che erano sparite dall’agriturismo: alcune finestre e una cucina industriale. Poi ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo nelle campagne di Nurai, dove avrei dovuto portare il mezzo».
«Ma allora – ha incalzato l’accusa – perché l’indomani, quando ha sentito suo zio che gli ha comunicato dell’omicidio e sua madre, non ha fatto riferimento all’incontro che avrebbe dovuto avere con suo fratello?».
«Non lo ritenevo importante – ha replicato l’imputato – non ci ho pensato». Poi il pm ha parlato delle scarpe, della telefonata intercorsa tra Nico Piras e la mamma in cui la donna suggeriva al figlio, in attesa dell’arrivo di quelle che doveva sostituirgli, di usarne un altro paio che gli aveva inviato tempo prima. “Mettiti quelle nere, giusto per tenere i piedi al caldo”. «Ma quelle che diceva mia madre – ha replicato l’imputato in aula – non erano scarponi da lavoro». Scarpe che poi ieri sono state mostrate alla Corte dalla difesa, anche se l’accusa ha sottolineato: «Possono essere di chiunque». Le scarpe sono un tassello importantissimo di questo processo. I carabinieri dopo il delitto avevano sequestrato degli scarponi in un casolare abbandonato. Ritenevano che a buttarli fosse stata Alice Flore. Sulla tomaia era stata trovata una traccia ematica riconducibile all’imputato.
La mattina dell’omicidio. Una volta concluso l’esame da parte dell’accusa, l’imputato ha risposto alle domande dei suoi avvocati. Ha ripercorso in aula la notte prima del delitto dando la sua versione dei fatti.
«Quella notte non ho dormito bene visto lo stato in cui ero, a causa delle ferite che Angelo mi aveva procurato – ha sottolineato Nico Piras – Anche mio figlio aveva la febbre alta. Ho sentito i cani abbaiare, ho indossato una “canadese” e sono uscito di casa. Solo allora mi sono ricordato che la sera prima, per via del litigio con mio fratello, mi ero dimenticato di dargli da mangiare. Ho cercato di calmarli – ha aggiunto – dicendo loro di stare zitti: “Mutta tue” (frase captata dalla microspia posizionata all’interno dell’auto di Nico Piras che nel frattempo si era attivata ndr). Ero andato vicino alla legnaia e avevo preso del pane duro che compravo dal panettiere – ha aggiunto l’imputato –. È allora che Alice, uscendo di casa, mi aveva detto di prendere quattro panini: “picattinne battoro”». Ma per l’accusa “quattro” erano stati i proiettili usati da Nico Piras per uccidere Angelo Maria e non quattro panini duri dati in pasto ai suoi cani. (k.s.)
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