La Nuova Sardegna

Nuoro

«Dina Dore, fu un sequestro inscenato»

di Valeria Gianoglio
«Dina Dore, fu un sequestro inscenato»

Le motivazioni con le quali la Corte d’assise d’appello ha confermato la condanna all’ergastolo per Francesco Rocca

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NUORO. «Le modalità del crimine indicano chiaramente, a parere di questa corte, che qualcuno di casa ha consentito la commissione di quel reato, il quale non avrebbe potuto avere alcuna possibilità di successo o scarsissime se qualcuno non lo avesse agevolato», e «Vi è stata una organizzazione del delitto, è stato previsto addirittura di far risultare un sequestro di persona a scopo di estorsione tanto che i malviventi avevano con loro il nastro adesivo». Due punti fermi: la premeditazione dell’omicidio e il fatto che sia stato commissionato da qualcuno di casa, e una conclusione: «La sentenza impugnata deve essere confermata». E nel mezzo 137 pagine depositate in questi giorni con le quali la corte d’assise d’appello di Sassari presieduta dal giudice Mariano Brianda, spiega per quali ragioni, lo scorso 12 dicembre, ha confermato la condanna all’ergastolo del dentista gavoese Francesco Rocca, accusato di aver commissionato l’omicidio della moglie Dina Dore, uccisa a Gavoi il 26 marzo del 2008.

Centotrentasette pagine, dunque, divise per paragrafi e passaggi chiave: il presidente Brianda, estensore della sentenza, ripercorre le fasi salienti del processo di secondo grado e spiega nel dettaglio per quale motivo abbia deciso di respingere tutte le richieste sollevate dai difensori di Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi che nel corso delle lunghe udienze avevano sollevato diverse questioni: dalla presunta inattendibilità del superteste Stefano Lai, all’incompetenza territoriale della Dda, passando per le contraddizioni emerse in diverse testimonianze e per l’emergere di una pista alternativa per spiegare il delitto Dore. Per la corte d’assise d’appello sono tutte questioni o argomenti che devono essere respinti. Per i giudici di secondo grado, in particolare, Stefano Lai, il giovane gavoese che ha accusato Francesco Rocca, è un teste attendibile. E se anche, come ha in più passaggi rilevato la difesa, in qualche parte le sue dichiarazioni sono piene di lacune o non vere, possono anche essere “difetti di ricordo” o comunque ricordi falsati in parte dagli anni che nel frattempo sono passati. Per i giudici di secondo grado, l’attendibilità di Lai è stata «assoluta, piena e sofferta», perché ha dovuto in particolare accusare un amico: Pierpaolo Contu. Un amico che gli aveva rivelato di essere l’autore del delitto Dore su mandato di Francesco Rocca. «Occorre immaginare – scrive il presidente Brianda – lo stato di tensione che deve essere subentrato nell’animo più intimo di quel ragazzo, evidentemente combattuto se continuare a proteggere l’amico che a lui si era ancora di più legato mettendolo a parte di quella terribile verità, oppure ribellarsi all’omertà e liberarsi di quel segreto pesante sulla sua coscienza».

La corte dunque non crede alla difesa di Rocca quando sostiene che Lai sia un teste che non dice la verità e che lancia accuse false solo per distogliere i sospetti da se stesso o da qualcuno che conosce bene. «Stefano Lai – spiega il presidente Brianda – sceglie di proteggere con il silenzio lungo tanti anni l’amico Pierpaolo Contu, e lo fa fino a che non sarà più possibile mantenere il segreto, non solamente perché sta diventando pubblico che Rocca e Contu sono coinvolti nell’omicidio di Dina Dore, ma anche perché con queste voci di paese viene adombrata una qualche sua partecipazione».

Per la corte, inoltre, non c’è alcun dubbio sul fatto che l’omicidio di Dina Dore sia stato agevolato da qualcuno di casa: lo suggeriscono le modalità del crimine, dice la corte. Per i giudici «è del tutto da escludere che i malviventi siano entrati nell’autorimessa insieme all’autovettura della donna». «Hanno agito tranquillamente dall’interno dell’autorimessa. E poiché non sono stati rinvenuti segni di effrazione agli infissi della casa, appare non solo plausibile ma addirittura evidente che essi si siano introdotti con il consenso di Rocca».

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