L’austerità dei costumi vecchio status symbol del benessere familiare
di PAQUJTO FARINA
Tutti i segreti dell’esperto di Bitti Antonello Carzedda «Ancora oggi uno dei requisiti fondamentali è il portamento»
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In Barbagia, tutto ciò che riguarda il costume tradizionale, è materia rilevante, qualcosa di sacro, e nulla può essere lasciato al caso: scelta delle stoffe, imbastitura, rifinitura e, ancor più, la maniera di indossarlo. Antonello Carzedda, di Bitti, è un appassionato, capitato per caso in questo affascinante mondo, fatto di cultura, usanze, codici non scritti, microstorie delle nostre comunità. Aveva nove anni quando, dopo un infortunio che lo costrinse ad una lunga convalescenza, passò diversi mesi fermo in casa. Trascorreva le giornate in compagnia di signore esperte in ricami e cucito. Così ha acquisito i segreti del mestiere, e oggi la creazione di costumi tradizionali è la sua principale attività. «Uno dei requisiti fondamentali è il portamento – dice –: schiena diritta, aspetto rigoroso, austero, imponente, quasi superbo; tutti suggerimenti che gli adulti davano già ai fanciulli. La mia generazione ne conserva una nitida memoria in quanto, anche nelle fogge più arcaiche, il costume era in uso fino agli anni '70 del secolo scorso, specialmente nei matrimoni».
Ovviamente, quello che vediamo oggi, non è lo stesso indossato tra il '700 e i primi del '800, periodo massimo al quale possiamo risalire a ritroso per avere, grazie alle stampe dell'epoca, una pur minima comparazione. Da allora infatti, con l'espansione dei commerci, dei flussi migratori e contaminazioni culturali, iniziarono ad arrivare i primi cambiamenti. Un fatto merita di essere ricordato, perché introdusse una sostanziale modifica: la scomparsa della benda bianca di tela. «Fu un immigrato, probabilmente un carbonaio del nord-Italia, che per primo regalò alla moglie lo scialletto di seta viola – racconta Carzedda –. Inizialmente fu sommerso da critiche feroci, ma il rivoluzionario cadeau, di lì a poco, sarebbe stato indossato da tutte le donne». Anche la foggia ha subìto notevoli cambiamenti, toccando il massimo dopo il secondo conflitto mondiale. Modifiche che hanno portato, a partire dagli anni venti del novecento, ad un arricchimento a tratti anche esagerato, rasentando, in alcuni casi, il pacchiano. «Non era infatti solo una questione puramente estetica – continua Carzedda –; l’ostentazione rappresentava il raggiungimento del benessere, l’appartenenza ad un preciso ceto sociale, “s’ereu”. Dai materiali essenziali autoctoni come l’orbace, si passò al panno, al velluto, al broccato, fino al “terziopelo” o “su vrennizzatu”, il velluto a fiori, molto costoso e ricercato. Se oggi è l’auto di grossa cilindrata o la villa al mare, all’epoca lo status symbol era costituito dal costume». Ecco perciò che al matrimonio della figlia, la mamma non poteva prescindere dal migliorare e arricchire quello da lei stessa indossato. «Per il costume di gala, la donna pretesa doveva farne richiesta almeno con un anno d'anticipo sulla data del matrimonio – dice Carzedda –; arricciatura della gonna, cuciture, ricami e rifiniture, sono operazioni molto complesse. Basti pensare che viene ricamata ogni singola giuntura, procedimento altrimenti detto “su punturizzu”. Il costo varia da modello a modello, da stoffa a stoffa, ma parliamo di creazioni che vanno da 15 mila euro in su». E per i gioielli? «I bottoni in filigrana sono essenziali, così anche il rosario, di diverse tipologie. Anche qui nel tempo c'è stato un arricchimento, con la comparsa de “su vermagliu”, una spilla in stile liberty. Come pure la collana e il medaglione, che oggi viene portato attorno al collo».
Ovviamente, quello che vediamo oggi, non è lo stesso indossato tra il '700 e i primi del '800, periodo massimo al quale possiamo risalire a ritroso per avere, grazie alle stampe dell'epoca, una pur minima comparazione. Da allora infatti, con l'espansione dei commerci, dei flussi migratori e contaminazioni culturali, iniziarono ad arrivare i primi cambiamenti. Un fatto merita di essere ricordato, perché introdusse una sostanziale modifica: la scomparsa della benda bianca di tela. «Fu un immigrato, probabilmente un carbonaio del nord-Italia, che per primo regalò alla moglie lo scialletto di seta viola – racconta Carzedda –. Inizialmente fu sommerso da critiche feroci, ma il rivoluzionario cadeau, di lì a poco, sarebbe stato indossato da tutte le donne». Anche la foggia ha subìto notevoli cambiamenti, toccando il massimo dopo il secondo conflitto mondiale. Modifiche che hanno portato, a partire dagli anni venti del novecento, ad un arricchimento a tratti anche esagerato, rasentando, in alcuni casi, il pacchiano. «Non era infatti solo una questione puramente estetica – continua Carzedda –; l’ostentazione rappresentava il raggiungimento del benessere, l’appartenenza ad un preciso ceto sociale, “s’ereu”. Dai materiali essenziali autoctoni come l’orbace, si passò al panno, al velluto, al broccato, fino al “terziopelo” o “su vrennizzatu”, il velluto a fiori, molto costoso e ricercato. Se oggi è l’auto di grossa cilindrata o la villa al mare, all’epoca lo status symbol era costituito dal costume». Ecco perciò che al matrimonio della figlia, la mamma non poteva prescindere dal migliorare e arricchire quello da lei stessa indossato. «Per il costume di gala, la donna pretesa doveva farne richiesta almeno con un anno d'anticipo sulla data del matrimonio – dice Carzedda –; arricciatura della gonna, cuciture, ricami e rifiniture, sono operazioni molto complesse. Basti pensare che viene ricamata ogni singola giuntura, procedimento altrimenti detto “su punturizzu”. Il costo varia da modello a modello, da stoffa a stoffa, ma parliamo di creazioni che vanno da 15 mila euro in su». E per i gioielli? «I bottoni in filigrana sono essenziali, così anche il rosario, di diverse tipologie. Anche qui nel tempo c'è stato un arricchimento, con la comparsa de “su vermagliu”, una spilla in stile liberty. Come pure la collana e il medaglione, che oggi viene portato attorno al collo».
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