Prostituzione al “Dolce vita”: due condanne
Si chiude in primo grado la vicenda nata dall’operazione “Lanterne rosse” della squadra mobile
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NUORO. Lo stesso pubblico ministero, al termine della requisitoria, ne aveva chiesto l’assoluzione, dopo aver concordato con la difesa su un passaggio essenziale: considerava inutilizzabili, ai fini del processo, e per questioni di procedura, le dichiarazioni delle persone offese che avevano accusato i due imputati. Ma il collegio giudicante, alla fine, è stato di parere diverso: e così, nella tarda mattinata di ieri, il tribunale ha deciso di condannare entrambi gli imputati, l’imprenditore nuorese Michele Porcu, a 3 anni e 6 mesi, e Ionela Bocur, originaria della Romania, a 2 anni e sei mesi, per l’accusa di sfruttamento e induzione alla prostituzione all’interno di un night club di Nuoro: la “Dolce vita” di via Dessanay.
Con la lettura del dispositivo della sentenza, ieri, si è conclusa, quanto meno per il primo grado di giudizio, una vicenda che si trascinava sulle cronache da ben anni. Correva il 13 dicembre del 2009, infatti, quando gli agenti della questura di Nuoro avevano fatto scattare l’operazione ribattezzata con il nome eloquente di “Lanterne rosse”. La polizia si era presentata nel locale La dolce vita e aveva notificato al proprietario Michele Porcu e alla sua aiutante Ionela Bocur, due ordinanze di custodia cautelare in carcere per sfruttamento e induzione alla prostituzione. Secondo l’accusa, i due, insieme ad altri soci – che avrebbero in seguito intrapreso altri percorsi giudiziari – all’interno del locale vicino a Badu ’e carros, avevano infranto gli articoli 3 e 4 della legge Merlin, inducendo diverse ragazze a prostituirsi e sfruttandone le prestazioni: metà degli incassi delle ragazze, secondo la polizia, finiva nelle tasche dei soci. «Dimostreremo la mia innocenza – aveva ribadito Porcu – nel mio locale si faceva solo lap-dance, la prostituzione non esisteva». Sia Porcu sia la sua socia, Ionela Bocur, erano stati rinviati a giudizio. E ieri il processo è arrivato alle battute finali: il pm Andrea Schirra ha chiesto l’assoluzione per entrambi gli imputati. La difesa, rappresentata dagli avvocati Angelo Coda e Giuseppe Floris, ha chiesto l’assoluzione perché, come ha sostenuto, l’ impianto accusatorio si basa sulle dichiarazioni di due ragazze romene che lavoravano nel locale, ma le due ragazze non sono mai comparse in aula per poter confermare quelle dichiarazioni, né sono state cercate in modo adeguato. E per questo motivo, secondo pm e difensori, le loro dichiarazioni dell’epoca sono inutilizzabili nel processo. Dopo la sentenza , gli avvocati Coda e Floris, lo hanno annunciato: «Aspettiamo di leggere le motivazioni e poi ricorreremo in appello». (v.g.)
Con la lettura del dispositivo della sentenza, ieri, si è conclusa, quanto meno per il primo grado di giudizio, una vicenda che si trascinava sulle cronache da ben anni. Correva il 13 dicembre del 2009, infatti, quando gli agenti della questura di Nuoro avevano fatto scattare l’operazione ribattezzata con il nome eloquente di “Lanterne rosse”. La polizia si era presentata nel locale La dolce vita e aveva notificato al proprietario Michele Porcu e alla sua aiutante Ionela Bocur, due ordinanze di custodia cautelare in carcere per sfruttamento e induzione alla prostituzione. Secondo l’accusa, i due, insieme ad altri soci – che avrebbero in seguito intrapreso altri percorsi giudiziari – all’interno del locale vicino a Badu ’e carros, avevano infranto gli articoli 3 e 4 della legge Merlin, inducendo diverse ragazze a prostituirsi e sfruttandone le prestazioni: metà degli incassi delle ragazze, secondo la polizia, finiva nelle tasche dei soci. «Dimostreremo la mia innocenza – aveva ribadito Porcu – nel mio locale si faceva solo lap-dance, la prostituzione non esisteva». Sia Porcu sia la sua socia, Ionela Bocur, erano stati rinviati a giudizio. E ieri il processo è arrivato alle battute finali: il pm Andrea Schirra ha chiesto l’assoluzione per entrambi gli imputati. La difesa, rappresentata dagli avvocati Angelo Coda e Giuseppe Floris, ha chiesto l’assoluzione perché, come ha sostenuto, l’ impianto accusatorio si basa sulle dichiarazioni di due ragazze romene che lavoravano nel locale, ma le due ragazze non sono mai comparse in aula per poter confermare quelle dichiarazioni, né sono state cercate in modo adeguato. E per questo motivo, secondo pm e difensori, le loro dichiarazioni dell’epoca sono inutilizzabili nel processo. Dopo la sentenza , gli avvocati Coda e Floris, lo hanno annunciato: «Aspettiamo di leggere le motivazioni e poi ricorreremo in appello». (v.g.)
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