La Nuova Sardegna

Nuoro

«Mi guardava fisso, era lui: Cubeddu»

di Pier Luigi Piredda
«Mi guardava fisso, era lui: Cubeddu»

Una ragazza orunese ha abbattuto il muro dell’omertà e raccontato i momenti che hanno preceduto il delitto di Gianluca

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NUORO. Dentro il dolcissimo viso di una ragazzina, incastonato in una cascata di capelli biondi c’è la scorza dura dell’aspra terra di Barbagia. E il suo sguardo fiero si è sciolto in calde lacrime soltanto alla fine del lungo interrogatorio durante il quale non ha avuto un’esitazione, un ripensamento, una contestazione. Niente. Fiera come le donne sarde con la fardetta e su mucadore, troppo spesso tragicamente ritratte nelle foto del dolore di Orune. E come loro: determinata. Parole pronunciate senza il minimo tentennamento, ricordi stampati nella memoria che sono riaffiorati in tutta la loro drammaticità nel racconto di quel che gli occhi castani luminosissimi di questa ragazzina orunese, che con il suo coraggio ha abbattuto il muro dell’omertà, avevano visto la mattina dell’8 maggio 2015 poco prima che venisse assassinato a fucilate il suo compaesano diciottenne Gianluca Monni.

La macchina scura. «Quella macchina scura con due persone a bordo era passata una prima volta a passo d’uomo in corso Repubblica in direzione del Comune – ha ricordato la supertestimone nel silenzio dell’aula della Corte d’assise –. Poi è risalita diretta verso la periferia di Orune. Lentissima. Una macchina mai vista in paese: mi è sembrato che fosse una Grande Punto. Io ero sotto la pensilina che aspettavo il pullman delle 7,05 per andare a scuola a Nuoro insieme a un’amica. Il passeggero della macchina ha quasi tirato fuori la testa dal finestrino per guardarmi. Mi ha puntato gli occhi addosso e guardato con tanta insistenza che non ho resistito e ho reagito mostrandogli il dito medio e gli ho anche detto “che cosa hai da guardare”. L’ho visto bene in faccia. Non aveva né sciarpe né cappellini, ma i capelli castani scuri tagliati a raso sui lati e leggermente più lunghi al centro della testa. Indossava una felpa scura. Poi è arrivato il pullman e sono partita. Lungo il tragitto – ha aggiunto la supertestimone – un’amica mi aveva telefonato in lacrime: c’è sangue dappertutto, hanno ucciso Gianluca».

Le fotografie. Parole che sono diventate pesanti come macigni quando, durante l’interrogatorio, è scoppiata la battaglia sul riconoscimento fotografico del giovane che aveva incrociato lo sguardo con quello della supertestimone quella mattina di maggio. Due riconoscimenti fotografici, il primo nella caserma di Orune e il secondo nella sede del Comando provinciale di Nuoro, nei quali la ragazza non aveva avuto il minimo tentennamento nel riconoscere tra una ventina di foto mostrategli dai carabinieri del Reparto operativo sempre la stessa persona: Alberto Cubeddu. «Nella foto della prima ricognizione – ha spiegato con sicurezza la ragazza – l’ho subito riconosciuto, era molto rassomigliante a quello visto quand’ero sotto la pensilina, ma avevo detto ai carabinieri che mi sembrava troppo giovane. A mio parere era stata scattata molti anni prima. La seconda volta – ha sottolineato la supertestimone – non ho avuto il minimo dubbio».

Bagarre in aula. Sui riconoscimenti è scoppiata la bagarre in aula. I difensori dell’imputato Alberto Cubeddu, gli avvocati Patrizio Rovelli e Mattia Doneddu, hanno dato battaglia, soffermandosi sull’opportunità di due riconoscimenti fotografici fatti in meno di 48 ore e sul fatto che non c’erano certezze che la ragazza aveva riconosciuto l’imputato perché agli atti non c’era nulla. Polemiche con toni piuttosto alti tra i difensori e il pubblico ministero Andrea Vacca, che il presidente Giorgio Cannas ha cercato di smorzare, non senza difficoltà. Fino a quando l’avvocato Rinaldo Lai, patrono di parte civile a tutela della famiglia di Gianluca Monni, ha prodotto un documento con la foto di Alberto Cubeddu sul quale erano riportate una data e una firma. «È sua quella firma sotto la foto» ha chiesto l’avvocato Lai alla ragazza. E la risposta è stata sicura, senza tentennamenti come tutto l’interrogatorio: «Sì».

Auto e colore. Prima di chiudere l’interrogatorio, un altro scontro tra accuse e difesa è esploso sul tipo e sul colore dell’auto a bordo della quale era stato visto Alberto Cubeddu. La supertestimone ha sempre parlato di Grande Punto grigia. E su questo particolare la difesa ha cercato di smontare le certezze della ragazza che però ha sempre replicato sicura. «A me è sembrata una Grande Punto come quella di un amico di Orune, l’avevo detto anche a mia zia che quando ne avevamo parlato mi aveva detto di aver visto l’auto grigia lanciata a tutta velocità verso la periferia e le era sembrata un’Opel Corsa – ha sottolineato la supertestimone –. Comunque era grigia». Anche sul colore ci sono stati contrasti che ancora una volta la ragazza ha smorzato con la solita determinazione: «Era grigia, né troppo scura, né troppo chiara. Un topo che colore è? Grigio. Scuro o chiaro? Grigia come un topo». E così ha concluso il suo interrogatorio. Quando si è alzata per andare via, i lineamenti del suo viso si sono addolciti e le lacrime hanno cominciato a rigarle il viso mentre usciva dall’aula. Poi, nel corridoio un pianto dirotto.

Il poeta. Dopo di lei, è stato interrogato il poeta orunese Mario Cherchi, che aveva composto i versi di quella poesia che aveva scatenato la rabbia di Paolo Pinna e che, secondo l’accusa, sarebbe all’origine del delitto di Gianluca Monni. «Ho fatto quei versi il 21 febbraio 2015 – ha spiegato Mario Cherchi –. Era il mio modo di ringraziare gli amici della Compagnia del Cannetto per un loro invito. Non c’erano riferimenti alla zuffa di Cortes apertas di cui non sapevo nulla. Conoscevo Gianluca, per me era un fratello minore. Era un ragazzo eccezionale con valori altissimi».

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