La Nuova Sardegna

Nuoro

Omicidio Gungui, appello per Mesina

di Valeria Gianoglio
Omicidio Gungui, appello per Mesina

Via al giudizio di secondo grado. Si gioca tutto sull’interpretazione di alcune frasi in sardo captate in auto con Filindeu

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NUORO. «Diglielo, a ridarlo. Diglielo, a ridarlo»: si giocherà soprattutto attorno a questa frase pronunciata in sardo e captata dalle cimici all’interno dell’auto nella quale era stato intercettato nel 2012 mentre percorreva la vecchia Orientale sarda tra Olbia e Murta Maria insieme al compaesano Giovanni Filindeu, il processo in appello che entra nel vivo oggi a Sassari e che vede l’ex bandito di Orgosolo, Graziano Mesina, a giudizio per aver commissionato un omicidio di ben 43 anni fa: quello di Santino Gungui, ucciso a Mamoiada con quattro colpi di fucile caricato a pallettoni, nella notte tra il 24 e il 25 settembre del 1974.

Dopo la relazione introduttiva con la quale il presidente Mariano Brianda ricostruirà le fasi salienti del processo di primo grado, davanti al gup del tribunale di Nuoro, Claudio Cozzella – conclusosi poi con l’assoluzione di Mesina – al processo d’appello verrà ricordato come proprio l’interpretazione delle frasi in sardo pronunciate da Mesina siano state al centro della tesi dell’accusa e anche delle motivazioni con le quali il gup alla fine di ottobre dello scorso anno aveva deciso di assolvere l’ex primula rossa di Orgosolo.

E proprio la frase che più di ogni altra è stata letta e interpretata in modo diametralmente opposto dall’accusa e dal gup, è stata quella che si concludeva con quelle tre parole che Mesina aveva ripetuto chiacchierando con il suo autista Giovanni Filindeu: «Diglielo, a ridarlo. Diglielo, a ridarlo». Per il pm Giorgio Bocciarelli, con quella frase, Mesina si stava riferendo a se stesso: stava raccontando a Filindeu dei tempi andati, e in particolare di quando, a Santino Gungui aveva fatto capire che doveva ridargli qualcosa. Quel “qualcosa” per l’accusa era un vecchio debito non saldato. Per il pm quella frase in sardo è inequivocabile: quando Mesina parla di “ridarlo”, intendeva dire che aveva fatto capire a Gungui che doveva restituirgli il maltolto. Per il gup che ha assolto Mesina in primo grado, invece, con quella frase Mesina stava dicendo che Gungui doveva restituire una certa somma a una terza persona, e non a lui. Al processo d’appello che entrerà nel vivo oggi quando, dopo la relazione introduttiva, la parola passerà al pm Giorgio Bocciarelli, l’interpretazione di quella frase e di altre pronunciate in sardo da Mesina saranno al centro dell’intera discussione. L’ex bandito di Orgosolo era stato intercettato nel 2012 nell’ambito di un’altra inchiesta aperta dalla Dda di Cagliari. Il giorno che aveva pronunciato la frase “incriminata” – “Diglielo, a ridarlo. Diglielo, a ridarlo”, Mesina stava percorrendo a bordo di un’auto la vecchia Orientala sarda e arrivato all’altezza di Murta Maria lo sguardo gli era caduto su una casa. Così aveva detto al suo autista, Giovanni Filideu, che quella casa apparteneva a una nipote di Santino Gungui. E da lì, il discorso era caduto sulla famiglia Gungui, e su questioni di soldi e di debiti. In quel contesto, dunque, per il pm – che al processo di secondo grado sostituisce il procuratore generale – si inserisce la frase che l’accusa ritiene fondamentale, insieme ad altre, per inchiodare Mesina come mandante del delitto di Santino Gungui.

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