Il pg: «Per il delitto Gungui Mesina merita l’ergastolo»
di Valeria Gianoglio
In appello l’accusa prova a ribaltare la sentenza di assoluzione del primo grado L’imputato al pm aveva ribadito: «Questo è un assassinio di faida, io non c’entro»
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NUORO. «E quindi confermo le conclusioni già presentate al processo di primo grado»: nella tarda mattinata di ieri, dopo più di due ore di requisitoria dettagliata, passata in gran parte a ripercorrere i passaggi chiave delle intercettazioni captate nel 2012 mentre Graziano Mesina girava a bordo della sua Porsche Cayenne insieme al fido autista Giovanni Filindeu, il pm della Procura di Nuoro, Giorgio Bocciarelli – che ieri in appello, dopo una veloce cerimonia di investitura, ha svolto le funzioni del procuratore generale – non pronuncia in modo esplicito la parola “ergastolo” ma è come se lo avesse fatto. E l’aula ne avverte tutto il peso. Poco più di un anno fa, il gup del tribunale barbaricino, Claudio Cozzella, non aveva accolto la richiesta del pm e aveva assolto Graziano Mesina dall’accusa di aver commissionato il delitto di Santino Gungui, ucciso a colpi di fucile tra il 24 e 25 settembre del ’74, sullo sfondo, secondo l’accusa, di una vendetta per un debito non saldato.
Per il gup, tuttavia, non c’era alcuna prova della colpevolezza di Mesina: le intercettazioni captate dalle cimici all’interno della Porsche di quest’ultimo, mentre percorreva l’Orientale sarda tra Olbia e Murta Maria, per il giudice evidentemente non provavano granché. Mentre per il pm Giorgio Bocciarelli lo provavano eccome. E per questo motivo, già dal primo grado, al processo che si era svolto con il rito abbreviato, il pubblico ministero aveva sollecitato, per Mesina, la condanna all’ergastolo. E ieri mattina, al processo in appello a Sassari, il pm per un giorno nel ruolo di procuratore generale, ha ribadito la stessa identica conclusione e annessa richiesta di condanna all’ergastolo. Sia in primo grado, sia ieri, al processo in appello, la pubblica accusa ha contestato a Mesina anche l’aggravante della premeditazione. Per il pm, dunque, nel ’74 Mesina aveva commissionato la morte di Santino Gungui per una ragione molto precisa, che secondo l’accusa era emersa in modo abbastanza chiaro anche nelle parole che l’ex bandito orgolese aveva pronunciato in auto mentre girava con Filindeu. In quelle intercettazioni, ha raccontato ieri il pg Bocciarelli, si sente Mesina abbandonarsi ai ricordi di tanti anni prima. Era a bordo della sua Porsche Cayenne, Giovanni Filindeu guidava e lui invece parlava della sua vita, dei tempi passati. Secondo la pubblica accusa, Mesina aveva commissionato la morte di Gungui perché quest'ultimo avrebbe trattenuto diversi soldi che invece avrebbero dovuto essere destinati ad altri. Il movente dell'omicidio, insomma, sarebbe un debito non saldato. Mesina, ha ricordato ancora il pm, è stato inchiodato da alcune intercettazioni disposte nell'ambito di un'altra inchiesta della Dda: si tratta proprio dell'inchiesta sull'associazione a delinquere confluita poi in un rinvio a giudizio e in un processo che si sta celebrando in questi mesi. In diversi passaggi di quelle intercettazioni, ha spiegato il pm, Mesina, parlando con uno dei suoi autisti, Giovanni Filindeu, aveva fatto riferimento anche alla famiglia Gungui. Il discorso era caduto su quel versante perché la Porsche di Mesina, a un certo punto, era passata vicino alla villetta di una nipote di Gungui. E così, il discorso era capitato su quella famiglia e sul tema soldi. Per il pg Bocciarelli, in un passaggio di quella conversazione – “Diglielo, a ridarlo” – Mesina si stava riferendo a se stesso. Stava dicendo a Filindeu che a suo tempo aveva detto a qualcuno di riferire a Gungui che doveva risaldare un debito che aveva con lui. Mesina non ha mai negato di aver pronunciato quelle frasi ma ha sempre detto che si stava riferendo a un debito che Gungui aveva con una terza persona. E ha sempre precisato anche che la morte di Gungui non era una morte legata a un debito non saldato, ma a ben altro. «È un omicidio legato alla faida», ha sempre detto Mesina. «Voglio precisare – aveva aggiunto Mesina rispondendo alle domande del pm dopo la notifica dell’informazione di garanzia – che io non ho mai incaricato nessuno per uccidere qualche mio nemico. Quando è stato ammazzato mio fratello mi sono vendicato da solo. Lo sanno tutti che non delego le vendette a nessuno».
Per il gup, tuttavia, non c’era alcuna prova della colpevolezza di Mesina: le intercettazioni captate dalle cimici all’interno della Porsche di quest’ultimo, mentre percorreva l’Orientale sarda tra Olbia e Murta Maria, per il giudice evidentemente non provavano granché. Mentre per il pm Giorgio Bocciarelli lo provavano eccome. E per questo motivo, già dal primo grado, al processo che si era svolto con il rito abbreviato, il pubblico ministero aveva sollecitato, per Mesina, la condanna all’ergastolo. E ieri mattina, al processo in appello a Sassari, il pm per un giorno nel ruolo di procuratore generale, ha ribadito la stessa identica conclusione e annessa richiesta di condanna all’ergastolo. Sia in primo grado, sia ieri, al processo in appello, la pubblica accusa ha contestato a Mesina anche l’aggravante della premeditazione. Per il pm, dunque, nel ’74 Mesina aveva commissionato la morte di Santino Gungui per una ragione molto precisa, che secondo l’accusa era emersa in modo abbastanza chiaro anche nelle parole che l’ex bandito orgolese aveva pronunciato in auto mentre girava con Filindeu. In quelle intercettazioni, ha raccontato ieri il pg Bocciarelli, si sente Mesina abbandonarsi ai ricordi di tanti anni prima. Era a bordo della sua Porsche Cayenne, Giovanni Filindeu guidava e lui invece parlava della sua vita, dei tempi passati. Secondo la pubblica accusa, Mesina aveva commissionato la morte di Gungui perché quest'ultimo avrebbe trattenuto diversi soldi che invece avrebbero dovuto essere destinati ad altri. Il movente dell'omicidio, insomma, sarebbe un debito non saldato. Mesina, ha ricordato ancora il pm, è stato inchiodato da alcune intercettazioni disposte nell'ambito di un'altra inchiesta della Dda: si tratta proprio dell'inchiesta sull'associazione a delinquere confluita poi in un rinvio a giudizio e in un processo che si sta celebrando in questi mesi. In diversi passaggi di quelle intercettazioni, ha spiegato il pm, Mesina, parlando con uno dei suoi autisti, Giovanni Filindeu, aveva fatto riferimento anche alla famiglia Gungui. Il discorso era caduto su quel versante perché la Porsche di Mesina, a un certo punto, era passata vicino alla villetta di una nipote di Gungui. E così, il discorso era capitato su quella famiglia e sul tema soldi. Per il pg Bocciarelli, in un passaggio di quella conversazione – “Diglielo, a ridarlo” – Mesina si stava riferendo a se stesso. Stava dicendo a Filindeu che a suo tempo aveva detto a qualcuno di riferire a Gungui che doveva risaldare un debito che aveva con lui. Mesina non ha mai negato di aver pronunciato quelle frasi ma ha sempre detto che si stava riferendo a un debito che Gungui aveva con una terza persona. E ha sempre precisato anche che la morte di Gungui non era una morte legata a un debito non saldato, ma a ben altro. «È un omicidio legato alla faida», ha sempre detto Mesina. «Voglio precisare – aveva aggiunto Mesina rispondendo alle domande del pm dopo la notifica dell’informazione di garanzia – che io non ho mai incaricato nessuno per uccidere qualche mio nemico. Quando è stato ammazzato mio fratello mi sono vendicato da solo. Lo sanno tutti che non delego le vendette a nessuno».
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