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Nuoro

Al centro accoglienza parlano i protagonisti

Al centro accoglienza parlano i protagonisti

Le testimonianze di don Occhetta e dell’avvocato Torrente, che ha fatto incontrare brigatisti e vittime

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NUORO. Il seminario ha messo insieme la voce di studiosi che in più di un caso hanno vissuto il contatto diretto come operatori con i detenuti. È la storia di padre Francesco Occhetta, gesuita, che ha lavorato nelle prigioni degli Stati Sudamericani. «Le vittime dei reati sono le grandi assenti dell’ordinamento – ha sottolineato padre Occhetta durante un affollato incontro con gli studenti dell’istituto Ciusa –. Anche quando vengono risarcite dallo Stato il loro dolore non cessa e si sedimenta nella memoria della società. Esistono però gesti compiuti dalle vittime o dalle loro famiglie che stanno fecondando una nuova idea di giustizia, in cui la visione riparativa integra quella retributiva».

Per il sacerdote dunque la rieducazione del colpevole avviene secondo quattro principi: non giudicare ma rieducare il colpevole, responsabilizzare la società, coltivare la terra "macchiata" e comprendere che nel male commesso c’è già la propria condanna.

A portare la propria esperienza anche l’avvocato Mariangela Torrente, che è riuscita a mettere insieme i terroristi degli “anni di piombo” e i parenti delle loro vittime. «Quella stagione terribile – ha spiegato agli studenti Mariangela Torrente – ha avuto una svolta proprio a partire dal coraggio delle vittime che hanno saputo tendere la mano ai loro carnefici». Quando si parla di giustizia riparativa si pensa subito alla sofferenza della vittima. «Nelle vittime degli “anni di piombo" l'intento infatti era quello di ricomporre la ferita lasciata aperta. Nelle vittime di quegli anni c’era una domanda di giustizia non esaurita: avvertivano la sensazione di una insufficienza, nonostante la condanna e le pene inflitte ai terroristi».

Una testimone di questa nuova giustizia è Agnese Moro, figlia di Aldo Moro: lei – sottolinea l’avvocato Torrente – voleva essere sicura di poter incrociare lo sguardo della persona che ha sequestrato e poi ucciso il padre per poter liberare le energie bloccate da una parte e dall’altra. «Da anni in Italia si parla di giustizia riparativa ma in realtà non si sa ancora oggi che cos'è – conclude l'avvocato Torrente –. È il momento di ripensare la nostra concezione di giustizia, e intraprendendo invece un percorso che riconsegni dignità alle vittime». (s.v.)

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