“Giustizia riparativa” riabilitare oltre il carcere
di Stefania Vatieri
La coop Ut Unum Sint ha promosso un confronto sul nuovo modello giuridico L’esperienza delle nazioni all’avanguardia e le possibilità d’introduzione in Italia
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NUORO. Due carcerati su tre, una volta fuori, tornano a delinquere. La percentuale si abbassa al 19 per cento per coloro che godono di pene alternative. Da queste evidenze ha preso le mosse il seminario di riflessione e di studio dal titolo "Giustizia riparativa", tappa significativa dell'associazione e cooperativa sociale “Ut Unum Sint”diretta da don Pietro Borrotzu, che ha visto la partecipazione di numerosi studiosi, operatori del settore e politici ma anche di detenuti, riuniti per una sera nella sala congressi della Camera di commercio nuorese. A motivare l'iniziativa è stata la convinzione che la “giustizia riparativa” è, prima di un sistema giuridico, un prodotto culturale capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare le esigenze della giustizia “retributiva”, incentrata sul rapporto tra il reato e la pena, e della giustizia riabilitativa più attenta al recupero del detenuto.
Modello culturale. «Si tratta quindi prima di tutto di un modello culturale, che ha un nobile precedente nelle “Commissioni Verità e Riconciliazione” del Sud Africa, volute da Nelson Mandela, in una fase di superamento del conflitto», ha sottolineato nel corso dell'incontro il promotore dell'iniziativa don Pietro Borrotzu, parroco della chiesa Beata Maria Gabriella. Un seminario che aveva l'obiettivo di far comprendere prima di tutto che l’uomo non è il suo reato. «L’uomo rimane persona, anche dopo aver commesso del male – dice il parroco – persona che può essere portata a redimersi, che ha le energie per cambiare vita». Una persone però deve essere aiutata a compiere un cammino di consapevolezza del danno o dei danni provocati dal reato e quindi accompagnato in un severo itinerario di riparazione. Per don Pietro Borrotzu dunque il carcere «non è l’unico modo per scontare la pena e potrebbe addirittura non rispondere in modo adeguato alle indicazioni del dettato costituzionale». Scontare la pena con misure alternative abbatte di molto la recidiva, con minori costi sociali ed economici.
I primi esperimenti. L’evento fondatore della giustizia riparativa è l’istituzione in Canada dei “Programmi di riparazione vittima–colpevole”, che risalgono alla prima metà degli anni ’70, e che introdussero nella sentenza di condanna stabilita dal giudice alcuni accordi di riparazione scaturiti da una serie di incontri tra rei e vittime di reato. La giustizia riparativa avviene quindi in un contesto di tentativi e di esperienze di soluzione della controversia, orientati a una risposta riparativa, possibilmente concordata tra offensori, vittime e comunità civile. In Italia i programmi di giustizia riparativa hanno cominciato ad affacciarsi negli anni ’90, ma non esiste ancora una riforma organica. Vi sono però sperimentazioni nell’ambito della giustizia minorile, anche se di recente è stato istituito l’istituto della “messa alla prova” anche per gli adulti e la possibilità di estinguere il reato con “lavori di pubblica utilità”. «Anche se l'idea centrale della giustizia riparativa – sottolinea don Borrotzu – è cercare di mettere in gioco tutti gli attori coinvolti nell’atto delittuoso».
Le testimonianze. L'incontro è stato anche l'occasione per dare vita a un dibattito tra tutti gli operatori impegnati nel campo della della giustizia: dal presidente del Tribunale nuorese Vincenzo Amato: «Va bene la giustizia riparativa – ha detto il magistrato –, ma il reato richiede anche una pena retributiva, questo è quanto richiede la giustizia, ma anche l’opinione pubblica e soprattutto la vittima». Temi affrontati anche dal procuratore della Repubblica Andrea Garau, dal magistrato di sorveglianza Adriana Carta. Senza trascurare l’area educativa del carcere, con gli interventi del direttore dell’Uepe, Giuseppina Boeddu. Non sono mancate le voci delle istituzioni, il prefetto Carolina Bellantoni, e della politica, con l’assessore Luigi Arru e il senatore Giuseppe Luigi Cucca. L'evento si è concluso con l'incontro al centro di accoglienza Beata Maria Gabriella di alcuni detenuti con tre classi dell’istituto “F. Ciusa”, a confronto sulle conseguenze dei reati e sulla vita carceraria. I detenuti, sette di Badu ‘e Carros della sezione Alta Sicurezza e quattro di Mamone, hanno vestito per un giorno i panni di insegnanti, per svolgere una lezione sulla legalità.
Modello culturale. «Si tratta quindi prima di tutto di un modello culturale, che ha un nobile precedente nelle “Commissioni Verità e Riconciliazione” del Sud Africa, volute da Nelson Mandela, in una fase di superamento del conflitto», ha sottolineato nel corso dell'incontro il promotore dell'iniziativa don Pietro Borrotzu, parroco della chiesa Beata Maria Gabriella. Un seminario che aveva l'obiettivo di far comprendere prima di tutto che l’uomo non è il suo reato. «L’uomo rimane persona, anche dopo aver commesso del male – dice il parroco – persona che può essere portata a redimersi, che ha le energie per cambiare vita». Una persone però deve essere aiutata a compiere un cammino di consapevolezza del danno o dei danni provocati dal reato e quindi accompagnato in un severo itinerario di riparazione. Per don Pietro Borrotzu dunque il carcere «non è l’unico modo per scontare la pena e potrebbe addirittura non rispondere in modo adeguato alle indicazioni del dettato costituzionale». Scontare la pena con misure alternative abbatte di molto la recidiva, con minori costi sociali ed economici.
I primi esperimenti. L’evento fondatore della giustizia riparativa è l’istituzione in Canada dei “Programmi di riparazione vittima–colpevole”, che risalgono alla prima metà degli anni ’70, e che introdussero nella sentenza di condanna stabilita dal giudice alcuni accordi di riparazione scaturiti da una serie di incontri tra rei e vittime di reato. La giustizia riparativa avviene quindi in un contesto di tentativi e di esperienze di soluzione della controversia, orientati a una risposta riparativa, possibilmente concordata tra offensori, vittime e comunità civile. In Italia i programmi di giustizia riparativa hanno cominciato ad affacciarsi negli anni ’90, ma non esiste ancora una riforma organica. Vi sono però sperimentazioni nell’ambito della giustizia minorile, anche se di recente è stato istituito l’istituto della “messa alla prova” anche per gli adulti e la possibilità di estinguere il reato con “lavori di pubblica utilità”. «Anche se l'idea centrale della giustizia riparativa – sottolinea don Borrotzu – è cercare di mettere in gioco tutti gli attori coinvolti nell’atto delittuoso».
Le testimonianze. L'incontro è stato anche l'occasione per dare vita a un dibattito tra tutti gli operatori impegnati nel campo della della giustizia: dal presidente del Tribunale nuorese Vincenzo Amato: «Va bene la giustizia riparativa – ha detto il magistrato –, ma il reato richiede anche una pena retributiva, questo è quanto richiede la giustizia, ma anche l’opinione pubblica e soprattutto la vittima». Temi affrontati anche dal procuratore della Repubblica Andrea Garau, dal magistrato di sorveglianza Adriana Carta. Senza trascurare l’area educativa del carcere, con gli interventi del direttore dell’Uepe, Giuseppina Boeddu. Non sono mancate le voci delle istituzioni, il prefetto Carolina Bellantoni, e della politica, con l’assessore Luigi Arru e il senatore Giuseppe Luigi Cucca. L'evento si è concluso con l'incontro al centro di accoglienza Beata Maria Gabriella di alcuni detenuti con tre classi dell’istituto “F. Ciusa”, a confronto sulle conseguenze dei reati e sulla vita carceraria. I detenuti, sette di Badu ‘e Carros della sezione Alta Sicurezza e quattro di Mamone, hanno vestito per un giorno i panni di insegnanti, per svolgere una lezione sulla legalità.
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