La Nuova Sardegna

Nuoro

Desulo, l’addio a tiu Antoni Pisu

di Giovanni Melis
Desulo, l’addio a tiu Antoni Pisu

Morto lo storico calzolaio del paese: custode di memorie e antichi lavori che rischiano di scomparire

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DESULO. Il tempo è un guardiano inesorabile. Custodisce luoghi, memorie e antiche arti. Al suo mutare le persone e gli oggetti trasfigurano o spariscono. Regala e porta via, con il suo incedere lento, scandendo i ritmi della vita, delle stagioni e degli eventi. E col tempo vanno via le vecchie arti e i suoi personaggi più noti. Quelli che erano una istituzione, per un piccolo borgo montano o anche per una città. Perché nella loro fatica quotidiana, nella loro bottega, in ogni manufatto realizzato, c’era una storia che meritava di essere raccontata. Quelle di tiu Antoni Pisu, storico calzolaio di Desulo erano le storie di tutti i giorni. Di un borgo montano che si era risollevato da due guerre, che aveva bisogno di credere in qualcosa. Le speranze erano quelle di guadagnarsi la pagnotta ogni giorno, cercano di risparmiare il possibile. Le certezze erano fatte di duro lavoro, di oggetti e amici fedeli che non ti potevano tradire mai. Così come un buon cane da gregge, l’amico per eccellenza del pastore, ai suoi piedi non potevano mancare le solide bottas di Antoni Pisu, cucite interamente a mano. Perchè dove anche i migliori faticavano e ricorrevano alle potenti Singer da cucire, Antoni non aveva bisogno di nessun ausilio. Gli bastavano la sua forza inumana e la sua pazienza biblica. Che fosse pellame conciato, cuoio o “gomma coria” poco importava. Il suo filo passava dovunque, in quei solchi che sa “surba” scavava dovunque, infilata dalle sue enormi mani.

Tomaia, tacco, finiture; non c’era nulla che poteva resistere a quella pressione. Tiu Antoni aveva ereditato il mestiere dal padre Giovanni; nella loro bottega ci lavoravano anche i fratelli. Tutti bravi nel mestiere, quasi tutti però avevano cambiato lavoro. Tranne lui. Preparava le scarpe per i pastori di tutta Desulo, dei paesi vicini e dei desulesi che stavano nel Campidano. Una stagione intera a lavorare per spedire le scarpe in pianura o consegnarle a chi si avvicinava alla sua bottega. E il pagamento arrivava al mutare della stagione, quando rientravano i transumanti e pagavano il loro debito. Nei ritmi della sua bottega, passavano le storie di tutti; del ricco, del povero, del pastore o del massaio. Oppure degli allievi che aveva avuto nel dopoguerra. Antoni ascoltava tutti Ma la chiacchiera la riservava a pochi.

E quando parlava era sempre un’amabile conversazione, anche in vecchiaia quando il tempo aveva reso un po’ più pesante il suo udito e lui faticava a capire. Ma si spiegava sempre bene. E in un paese che cambiava le sue abitudini, e si rivolgeva a qualche concorrente, Antoni continuava, curvo, sulle sue creature indistruttibili, che come lui, sembravano non sentire il peso degli anni. A qualche cliente che spesso lo metteva a confronto con il fratello Giovanni, “quello che faceva le bottas eleganti” oppure al grande Loisu Puggioni “quello che realizzava le bottas solide, ma morbide e leggere”, rispondeva con l’ironia e proseguiva con la sua “ricetta”. Ha lavorato fino ad oltre ottant’anni, nella sua bottega di via Cagliari. Durante Montagna Produce, c’era la fila nel suo vecchio negozio, dove tutti gli strumenti erano sempre ben allineati. E in quelle occasioni, esponeva anche qualcuno dei suoi famosi prosciutti. Una foto, qualche misura, qualche aggiustamento istantaneo per il tacco di qualche turista poco attenta o per uno scarpone malandato. «Custa no es pedde» ripeteva, quando afferrava uno scarpone moderno, un tremendo avversario per le sue creature, portato dal progresso con tanto di borchie e griffe. Non era pelle, perchè era troppo morbida, seppur resistente. Era una cosa fatta a macchina, non profumava di vacchetta, cuoio, filo ritorto nella pece e tintura. Un progresso che Antoni capiva bene, pur non condividendolo. Così come, suo malgrado, aveva capito che il tempo era più forte di lui. Gli acciacchi lo avevano costretto al ritiro. Nella sua casa di Ovolaccio, riceveva sempre gli amici, sempre cordiale e con un buon bicchiere di vino da offrire. Dei suoi figli Bailleddu, Pinuccio, Piero e Carlo nessuno sembrava aver seguito la sua attività. Anche se l’erculeo Piero, da qualche tempo realizza le bottas secondo la ricetta paterna; una piccola soddisfazione per Antoni che temeva che la sua arte andasse perduta con lui. Una fredda domenica di novembre lo ha portato via, per ricondurlo al di là di questo mondo di fatiche. Nella chiesetta di San Basilio c’era tutto il paese ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. E fuori, nel sagrato, gli uomini, infreddoliti, ricordavano quel passato dove le scarpe di Antoni, prevalevano sugli elementi e sulla terra.

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