Mesina non ordinò l’omicidio Gungui
di Kety Sanna
Sentenza confermata in Corte d’assise d’Appello per il delitto risalente al Natale del 1974 compiuto a Mamoiada
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NUORO. Ancora un’assoluzione per Graziano Mesina, accusato di essere il mandante di un omicidio risalente a più di 40 anni fa. Dopo la sentenza di primo grado emessa dal gup Claudio Cozzella, anche secondo la Corte d’assise d’appello di Sassari l’ex primula rossa del Supramonte, non ordinò l’uccisione di Santino Gungui, l’allevatore di Mamoiada ammazzato a fucilate la notte di Natale del 1974.
Ieri mattina dopo due ore di camera di consiglio, il presidente della Corte Mariano Brianda ha emesso la sentenza di assoluzione, rigettando la richiesta di ergastolo avanzata dal pg Giorgio Bocciarelli. In aula era presente anche l’imputato, al fianco delle avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Venier che, dopo la lettura del dispositivo, hanno espresso grande soddisfazione. «Siamo sollevati per questa sentenza con formula piena – hanno dichiarato le due avvocate – Eravamo ottimisti e non possiamo che essere soddisfatti. Mesina ha sempre dichiarato di essere estraneo a questa vicenda. I problemi del nostro assistito sono altri. Continua a esserci un giudizio di pericolosità su di lui che deriva dal suo passato – hanno aggiunto – La Cassazione, nonostante Mesina sia in carcere da 4 anni e 8 mesi, trascorsi con “buona condotta” e abbia 75 anni di età, non meriterebbe di scontare le sue condanne a casa. Speriamo che questa sentenza ci consenta di chiedere un alleggerimento delle attuali condizioni carcerarie del nostro assistito».
L’ex bandito di Orgosolo era finito nei guai nell’ambito di un’inchiesta su un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nel marzo 2012. Era stato intercettato mentre si trovava all’interno della sua Porsche Cayenne in compagnia di uno dei suoi fidati autisti, Giovanni Filindeu. Ed è proprio nel corso di una di quelle conversazioni che per gli investigatori era emerso il suo coinvolgimento nell’omicidio dell’allevatore mamoiadino. Ma il fatto che gli veniva contestato risaliva a un periodo in cui “Grazianeddu” era in regime di carcere duro, piantonato giorno e notte in un carcere di Lecce. Nonostante tutto, per gli inquirenti la morte di Santino Gungui – che all’epoca aveva 37 anni – era stata ordinata proprio dall’orgolese. Il movente, stando all’accusa, andava ricercato nella mancata spartizione di denaro dopo un sequestro di persona. Mesina riteneva che la vittima avesse tenuto i soldi che, invece, avrebbe dovuto consegnare ai suoi uomini di fiducia.
Ma contro l’impianto accusatorio si era sempre opposta la difesa dell’imputato che già dal processo di primo grado, aveva evidenziato il fatto che la procura avesse trascurato piste alternative. «Quello di Santino Gungui è stato un omicidio di faida e a rafforzare questa tesi c’è la data scelta dei killer di uccidere proprio la notte di Natale – dicevano gli avvocati Goddi e Vernier nel corso dell’arringa – Senza dimenticare poi il collegamento con il sequestro di Puccio Carta. In quei giorni, i familiari di Carta erano andati a Mamoiada per chiedere ai Gungui di impegnarsi per il ritorno a casa del sequestrato. Inoltre le parole pronunciate da Mesina nella conversazione con il suo autista non provano il suo coinvolgimento nell’omicidio. Sono molto generiche».
Lo stesso imputato rispondendo alle domande del pm dopo la notifica dell’informazione di garanzia aveva tenuto a sottolineare: «Io non ho mai incaricato nessuno per uccidere qualche mio nemico. Quando è stato ammazzato mio fratello mi sono vendicato da solo. Lo sanno tutti che non delego le vendette a nessuno».
Ieri mattina dopo due ore di camera di consiglio, il presidente della Corte Mariano Brianda ha emesso la sentenza di assoluzione, rigettando la richiesta di ergastolo avanzata dal pg Giorgio Bocciarelli. In aula era presente anche l’imputato, al fianco delle avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Venier che, dopo la lettura del dispositivo, hanno espresso grande soddisfazione. «Siamo sollevati per questa sentenza con formula piena – hanno dichiarato le due avvocate – Eravamo ottimisti e non possiamo che essere soddisfatti. Mesina ha sempre dichiarato di essere estraneo a questa vicenda. I problemi del nostro assistito sono altri. Continua a esserci un giudizio di pericolosità su di lui che deriva dal suo passato – hanno aggiunto – La Cassazione, nonostante Mesina sia in carcere da 4 anni e 8 mesi, trascorsi con “buona condotta” e abbia 75 anni di età, non meriterebbe di scontare le sue condanne a casa. Speriamo che questa sentenza ci consenta di chiedere un alleggerimento delle attuali condizioni carcerarie del nostro assistito».
L’ex bandito di Orgosolo era finito nei guai nell’ambito di un’inchiesta su un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nel marzo 2012. Era stato intercettato mentre si trovava all’interno della sua Porsche Cayenne in compagnia di uno dei suoi fidati autisti, Giovanni Filindeu. Ed è proprio nel corso di una di quelle conversazioni che per gli investigatori era emerso il suo coinvolgimento nell’omicidio dell’allevatore mamoiadino. Ma il fatto che gli veniva contestato risaliva a un periodo in cui “Grazianeddu” era in regime di carcere duro, piantonato giorno e notte in un carcere di Lecce. Nonostante tutto, per gli inquirenti la morte di Santino Gungui – che all’epoca aveva 37 anni – era stata ordinata proprio dall’orgolese. Il movente, stando all’accusa, andava ricercato nella mancata spartizione di denaro dopo un sequestro di persona. Mesina riteneva che la vittima avesse tenuto i soldi che, invece, avrebbe dovuto consegnare ai suoi uomini di fiducia.
Ma contro l’impianto accusatorio si era sempre opposta la difesa dell’imputato che già dal processo di primo grado, aveva evidenziato il fatto che la procura avesse trascurato piste alternative. «Quello di Santino Gungui è stato un omicidio di faida e a rafforzare questa tesi c’è la data scelta dei killer di uccidere proprio la notte di Natale – dicevano gli avvocati Goddi e Vernier nel corso dell’arringa – Senza dimenticare poi il collegamento con il sequestro di Puccio Carta. In quei giorni, i familiari di Carta erano andati a Mamoiada per chiedere ai Gungui di impegnarsi per il ritorno a casa del sequestrato. Inoltre le parole pronunciate da Mesina nella conversazione con il suo autista non provano il suo coinvolgimento nell’omicidio. Sono molto generiche».
Lo stesso imputato rispondendo alle domande del pm dopo la notifica dell’informazione di garanzia aveva tenuto a sottolineare: «Io non ho mai incaricato nessuno per uccidere qualche mio nemico. Quando è stato ammazzato mio fratello mi sono vendicato da solo. Lo sanno tutti che non delego le vendette a nessuno».
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