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Nuoro

Bullismo, cresce l’allarme nel Nuorese: vittima un ragazzo su tre

di Stefania Vatieri
Bullismo, cresce l’allarme nel Nuorese: vittima un ragazzo su tre

Il sociologo Oppo: «Negli ultimi anni in provincia il fenomeno è raddoppiato». Mustaro, promotore del progetto: l’Otb ha sensibilizzato le istituzioni

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NUORO. I dati non sono incoraggianti: un adolescente su tre della provincia barbaricina è stato vittima di bullismo. Mentre oltre il 40 per cento dichiara di aver commesso atti di prepotenza nei confronti di coetanei. Nel giro di dieci anni il fenomeno del bullismo nella provincia nuorese è più che raddoppiato, assumendo i contorni di una vera piaga sociale. E se da una parte il bullismo “tradizionale”, consumato quindi attraverso la violenza fisica, sembra essere in netta diminuzione, oggi il fenomeno si è trasferito in tutta la sua potenza online, evolvendosi in una forma più subdola e pericolosa perché più immediata, anonima ed esponenzialmente amplificata. In questo quadro allarmante sono le giovani donne ad essere più colpite.

L’istantanea sul dilagante problema nel territorio nuorese e ogliastrino è stata scattata dall’ultimo report stilato dall’Osservatorio territoriale sul bullismo, che ha messo in luce le trasformazioni del fenomeno nella provincia nuorese nel corso di un decennio. Avvalendosi dell’esperienza pluriennale del settore ricerca della Lariso, che ha progettato tutti gli aspetti tecnico-metodologici, elaborato i dati e steso i report finali, l’Osservatorio nato nel febbraio del 2007 su iniziativa dell’allora vice questore Fabrizio Mustaro, è stato il primo organismo interistituzionale e multidisciplinare in Italia che, con modalità pratiche e semplici, ha affrontato il fenomeno del bullismo prima e del cyberbullismo dopo, rispondendo alle esigenze del territorio.
Promuovendo fin dalla sua nascita una serie di ricerche nelle scuole del territorio appartenenti alla vecchia provincia di Nuoro.

«Credo che il merito dell’Osservatorio sia stato quello di aver portato all’attenzione di diverse istituzioni il fenomeno del bullismo, in tempi nei quali non era conosciuto se non attraverso rari tragici fatti di cronaca – spiega lo stesso Mustaro –. Un altro merito dell’Osservatorio è aver messo a fattore comune le esperienze di diversi soggetti pubblici e privati per analizzare e dare soluzioni pratiche al problema, ben prima che provvedimenti amministrativi e leggi si occupassero del fenomeno per cercare di farvi fronte».

Attualmente a capo della Squadra mobile di Trapani, per Mustaro l’unico rimpianto è di non aver potuto proseguire l’attività dell’Osservatorio, ma sopratutto, come lui stesso ammette «è non aver visto, in tanti anni di lavoro dell’Otb, una decisa crescita di partecipazione del mondo della scuola per arginare il fenomeno: troppi ancora sono gli Istituti scolastici nei quali si affronta il problema quando emerge in modo violento e quando per le vittime è ormai troppo tardi – sottolinea –. Il bullismo è sempre esistito ma la differenza la fanno gli adulti attenti a prevenirlo e i ragazzi ai quali gli adulti hanno dato gli strumenti per affrontarlo». Un primo bilancio dell’attività decennale dell’Osservatorio territoriale sul bullismo lo traccia invece Gianfranco Oppo, vice coordinatore ed esperto di dinamiche giovanili.

«Dieci anni fa, quando è nato l’Osservatorio, del fenomeno in Italia neanche si parlava e nella provincia nuorese era già dilagante, ma veniva confuso con la tipica balentia – spiega Oppo –. Nell’arco di due lustri il problema ha assunto un nuovo volto, mettendo da parte la violenza fisica e attuando invece quella psicologica perpetrata attraverso gli smartphone e i social network: il cyber bullismo. Che ha le sue vittime preferite tra le giovani donne – sottolinea il sociologo nuorese –. Nel 2008, appena un anno dopo la nascita dell’Otb quindi, noi abbiamo lanciato l’allarme sul cyber crime che stava iniziando a prendere piede nel territorio, sostituendo il bullismo tradizionale – aggiunge –. Se si fosse fatto qualcosa già da allora le tante Carolina Picchio forse ora sarebbero in vita, ma purtroppo il problema ancora oggi è troppo sottovalutato».

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