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Nuoro

Anatomia della crisi industriale

Anatomia della crisi industriale

Uno studio dell’economista Sassu su vent’anni di programmazione in Sardegna

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NUORO. Vent’anni di attività economiche e interventi infrastrutturali nell’isola retti dalla filosofia della programmazione. È arrivato il tempo di un bilancio, che è il primo e dunque anche l’unico. Da comporre con dati e considerazioni miste, belle e soprattutto negative. L’incontro tra lo Stato, la Regione, gli enti locali e la componente privata ha consentito un certo attivismo economico. Il rovescio della medaglia è lo scarso peso imprenditoriale, così come il deficit di specializzazione tra i lavoratori, ma ancora di più le colpe della burocrazia, a causa della quale a distanza di 10, 15 anni alcuni programmi non si sono chiusi. Condizione di provvisorietà che nella provincia di Nuoro è ben rappresentata dalle vicende del patto territoriale, il primo dei 9 finanziati nel 2007 dal Cipe, il Comitato per la programmazione economica.

La giunta Palomba. Lo ribadirà, con dati e considerazioni tecniche sul tutta la programmazione negoziata, il convegno previsto per domani pomeriggio (ore 17,30) nella biblioteca “Satta”. Al centro la pubblicazione di Antonio Sassu, docente di economia politica a Cagliari, ed ex assessore della Programmazione nella giunta regionale presieduta da Federico Palomba. Amministratore negli anni in cui le istituzioni pubbliche, dallo Stato alla Regione, mettono in campo una serie di piani, dai Pia (Programmi integrati d’area), ai patti territoriali e sino ai programmi Leader, pensati dall’Unione Europea per sollevare la condizione di sofferenza, e non solo economica, nelle aree rurali. In poche parole, tutto ciò che è stato considerato funzionale allo sviluppo locale, di cui lo studio di Sassu cerca di capire gli esiti, soprattutto per reimpostare le azioni del futuro. Il docente cagliaritano la sua idea l’ha costruita, con passione intellettuale e visione politica: «I risultati ci dicono che la programmazione è stata inefficace sul territorio. E questo sia per via dell’inefficienza dell’amministrazione pubblica, sia per la mancanza di aperture al confronto con le realtà esterne».

Milioni al vento. Ma non basta. Per il professore se non tutto, molto comunque è perduto: «Il trasferimento di risorse dal governo alla nostra regione si è rivelato uno spreco completo». Niente di quanto si pensava nel momento della partenza. Conclusa la stagione dell’intervento centralistico con l’industria di Stato, Roma puntava sullo sviluppo locale per l’isola e nello specifico per il Nuorese, da sempre la parte più sofferente, anche per le complicanze di carattere sociale e nell’ordine pubblico. Tanto da portare la Regione a scommettere sulla svolta prima dello stesso governo. I Pia (i Programmi integrati d’area) vedono la luce proprio negli uffici cagliaritani di viale Trento. Il budget è di un miliardo e 400 milioni di euro, per 90 accordi di programma. A Nuoro vanno oltre 420 milioni, che costituiscono il trasferimento più alto in assoluto, con un sostegno più che altro nel settore manifatturiero. I nuovi occupati saranno circa 2mila.

Un flop dopo l’altro. Quando nel 1997 lo Stato interviene direttamente nelle aree più problematiche del Mezzogiorno con i Patti territoriali, la provincia nuorese risponde con prontezza, tanto da firmare il primo accordo dei 9 previsti per la Sardegna. In tutto 22 milioni di contributi, su 27 impegnati. L’area interessata è quella della media valle del Tirso, orfana delle buste paga dell’Enichem. Partono 16 imprese, ma alla fine cinque rinunciano per le lungaggini nelle pratiche e nell’incasso dei fondi. Va meglio per i patti cosiddetti tematici, i Patti verdi, che avranno significativi riscontri tra il Nuorese e le Baronie. Il mondo rurale ha beneficiato anche dei programmi Leader, gestiti dai Gal, i gruppi di azione locale. In questo caso a mancare sono stati i danari, scrive Antonio Sassu, «marginali rispetto al gran numero di progetti da supportare». Tra i mali di fondo di quello che alla fine potrebbe anche rivelarsi essere stato un altro “flop” (proprio questo il quesito su cui ruota la pubblicazione) l’autore dello studio crede vi sia stata confusione di strumenti e alla fine anche di traguardi: «Lo sviluppo locale è cosa ben diversa dalla programmazione negoziata per obiettivi e significato. Inoltre, un modello di sviluppo locale, pur illuminato e andato bene per un paese, può non essere indicato per un altro». (f.p.)

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