Chiese al Monte, piano di rilancio
di Gianluca Corsi
La mozione dei quattro consiglieri comunali del Psd’Az per valorizzare Sa Itria e Santu Jacu
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NUORO. In alcuni casi si nascondono tra i muschi e i lecci da migliaia e migliaia di anni: veri monumenti naturali legati indissolubilmente a quei luoghi e ai nuoresi che li “abitano” da sempre. Anche i loro nomi sembrano trasudare racconti e leggende misteriose: “Sos Nodos de Lallanu”o il semplice ma sempre evocativo “Sa Preda”, talmente suggestivo e irreale che per i “complottisti patologici” di tutto il mondo potrebbe essere stato benissimo il set per il «finto sbarco sulla Luna».
In altri casi sono retaggi d'arte misconosciuti agli stessi nuoresi di nuova generazione, tutti proiettati negli affanni della modernità, ignari di avere, a due passi da casa, i resti di chiese che fanno venire in mente Medioevo e cavalieri templari. Sono le due chiesette di culto bizantino di Sa Itria, la Madonna dal nome quasi impronunciabile di Odighitria e quella di Santu Jacu, San Giacomo, da cui deriva la denominazione di “Jacu Piu”, lussureggiante foresta tra i graniti dove osano le aquile reali.
A questi ed altri luoghi, che contribuiscono a rendere unico “il Monte”, hanno rivolto la propria attenzione i quattro consiglieri comunali sardisti Adriano Catte, Graziano Siotto, Viviana Brau e Claudia Camarda, che – in occasione del consiglio comunale convocato per martedì 13 marzo 2018 – chiederanno di inserire queste testimonianze bizantine all’interno del piano di riqualificazione del Monte Ortobene.
Due gioielli in pietra che insistono su un'area considerata da sempre “magica” dai nuoresi stessi, che nel tempo vi hanno edificato una serie di luoghi di culto. Quanti, tra i nuoresi di oggi, possono giurare di conoscere o soltanto aver mai sentito nominare Santu Tederu (S. Teodoro), Santu Tomeu (San Tommaso), Santu Gabinzu (San Gavino) e Santu Larentu (San Lorenzo)? Per fortuna le pietre di sa Itria e di Santu Jacu ci parlano ancora, anche se il loro stato è in condizioni non proprio buone.
La prima è l’unica che, oltre alle “cumbissias” dei noveranti, possiede ancora integro uno dei tanti archi che la adornavano internamente, e che oggi è a rischio crollo. La seconda, edificata su un piccolo colle a poca distanza dall’altra, più contenuta e umile, presenta pericolosi crolli murari e edifici ancora semi interrati a poca distanza. Per entrambe i sardisti chiedono l’attivazione di un tavolo operativo immediato composto dal Comune e dalla Provincia di Nuoro, dalla Regione, per accedere e attingere dai fondi di bilancio regionale che la stessa legge attribuisce a tali siti per la loro conservazione, il ripristino delle aree e l’apposizione di segnaletica.
In altri casi sono retaggi d'arte misconosciuti agli stessi nuoresi di nuova generazione, tutti proiettati negli affanni della modernità, ignari di avere, a due passi da casa, i resti di chiese che fanno venire in mente Medioevo e cavalieri templari. Sono le due chiesette di culto bizantino di Sa Itria, la Madonna dal nome quasi impronunciabile di Odighitria e quella di Santu Jacu, San Giacomo, da cui deriva la denominazione di “Jacu Piu”, lussureggiante foresta tra i graniti dove osano le aquile reali.
A questi ed altri luoghi, che contribuiscono a rendere unico “il Monte”, hanno rivolto la propria attenzione i quattro consiglieri comunali sardisti Adriano Catte, Graziano Siotto, Viviana Brau e Claudia Camarda, che – in occasione del consiglio comunale convocato per martedì 13 marzo 2018 – chiederanno di inserire queste testimonianze bizantine all’interno del piano di riqualificazione del Monte Ortobene.
Due gioielli in pietra che insistono su un'area considerata da sempre “magica” dai nuoresi stessi, che nel tempo vi hanno edificato una serie di luoghi di culto. Quanti, tra i nuoresi di oggi, possono giurare di conoscere o soltanto aver mai sentito nominare Santu Tederu (S. Teodoro), Santu Tomeu (San Tommaso), Santu Gabinzu (San Gavino) e Santu Larentu (San Lorenzo)? Per fortuna le pietre di sa Itria e di Santu Jacu ci parlano ancora, anche se il loro stato è in condizioni non proprio buone.
La prima è l’unica che, oltre alle “cumbissias” dei noveranti, possiede ancora integro uno dei tanti archi che la adornavano internamente, e che oggi è a rischio crollo. La seconda, edificata su un piccolo colle a poca distanza dall’altra, più contenuta e umile, presenta pericolosi crolli murari e edifici ancora semi interrati a poca distanza. Per entrambe i sardisti chiedono l’attivazione di un tavolo operativo immediato composto dal Comune e dalla Provincia di Nuoro, dalla Regione, per accedere e attingere dai fondi di bilancio regionale che la stessa legge attribuisce a tali siti per la loro conservazione, il ripristino delle aree e l’apposizione di segnaletica.
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