Trent’anni di Bocheteatro «Ma ora rischiamo lo stop»
di Valeria Gianoglio
L’avventura della compagnia di Giovanni Carroni tra scommesse e ricordi Dai monologhi nello scantinato di Santu Caralu ai successi, laboratori e corsi
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NUORO. «La nascita di Bocheteatro 30 anni fa? È stata una idea folle, come folle è sempre l’innamoramento per qualcosa. E quel qualcosa, nel mio caso, è stato il teatro, e ancor prima il cinema. È da lì, che è nato tutto: da quelle serate che ho trascorso davanti agli schermi del cinema Eliseo, quando mio zio Francesco mi portava a vedere le pellicole che chiamava “Sas americanasa”. Ombre rosse, ma anche Fellini e Pasolini». Alla data esatta del trentesimo anniversario della sua “creatura” mancano ancora due settimane, ma Giovanni Carroni, nel ricordare quei tempi epici, mastica già un po’ di nostalgia. Sarà che i tempi sono decisamente cambiati, sarà che, dice Carroni, «adesso si sente in modo pesante l’assenza del sostegno della Regione, di una legge che finanzi le attività come la nostra, che opera in un capoluogo di provincia», sarà «che tra chi fa cultura manca spesso un sano spirito di fare rete, ci sono troppe tanche e sospetti», ecco, sarà tutto questo ma a quasi 30 esatti di avventura con Bocheteatro, a Giovanni Carroni, insieme alla nostalgia sale su anche un po’ di amarezza. Perché, dice, «se il nostro teatro e il nostro lavoro, non sarà sostenuto dalla Regione, dovremo chiudere».
«Fu un’idea folle». Reduce da una trasferta a Tempio per un nuovo successo del MacBettu, e seduto vicino alla sua compagna di vita e di lavoro, Monica Corimbi, attrice, regista, produttrice teatrale, Giovanni Carroni ripercorre con la mente e con il cuore, questi ultimi tre decenni dalla nascita di Bocheteatro. E ancor prima, ma solo di qualche anno, ricorda gli inizi avventurosi con il teatro. Da quando, nell’84, al lavoro a tempo indeterminato alle Poste, comincia ad affiancare la passione profonda per il palcoscenico.
«Quando sei innamorato – ripete Carroni – sei un po’ folle. E quelli, per me, sono stati davvero tempi folli. Il mio primo monologo teatrale l’ho fatto alla biblioteca Satta: un collage di testi di Pirandello dove il filo conduttore era l’istinto omicida. Le prove di quello spettacolo le ho fatte nel forno del panificio Primo maggio. Poi, appunto, nell’88, è arrivata l’idea di far nascere una compagnia teatrale. L’idea iniziale l’hanno avuta due amiche, Manuela Annicchiarico e Salvatora Fadda. Con loro, il 28 marzo del ’88 è nata Bocheteatro. E già dal nome, un misto tra sardo e italiano, si capisce quello che avevo in mente di fare e che poi ho sempre fatto». Cominciano davvero tempi epici, per la compagnia teatrale appena nata.
Mi guardavano come un alieno. La prima sede, dice Carroni, fu «un vecchio scantinato attaccato alla chiesa di Santu Caralu. Ottimo per l’acustica, perché aveva la volta a botte, ma meno per l’umidità». I primi successi e le piacevoli scoperte: “Cantos de amistade” con Franceschino Satta. «Recitava al mio fianco – ricorda Giovanni Carroni – recitava se stesso». Era un vero teatro underground, ma underground sul serio, quello. «I nuoresi – dice Carroni – mi guardavano come un marziano, continuavano a chiedermi “Ma di lavoro cosa vuoi fare?”, come che fare teatro non lo fosse. E io, invece, tanto per tornare alla “follia”, mi sono licenziato dalle Poste, e poi è stato un susseguirsi di corse belle. Erano gli anni ’90, soffiavano forti i venti del cambiamento e della storia. Allora, il teatro era davvero sostenuto dagli enti. Penso, ad esempio, agli spettacoli o rassegne finanziati dall’allora Comunità Montana, ma anche dai comuni del circondario. C’era una grande sensibilità che purtroppo, ora, si è persa». Gli anni più ricchi. Gli anni più ricchi di fermento racconta Giovanni Carroni, furono quelli con Nerina Fiori assessore comunale alla Cultura. «Era una donna metodica, razionale, sobria. Ci aveva sostenuto in tutto, non solo noi». Ma quelli, dice Carroni, erano anni ricchi anche di collaborazioni, partner, compagni di viaggio come la biblioteca Satta, i musicisti del territorio, le sedi messe a disposizione con generosità da privati o scuole come la media numero 4.
«Oggi si fa meno rete». «E oggi? Oggi si fa meno rete – dice Carroni – e questo mi sconvolge. Oggi ognuno coltiva la sua tanca, il contesto culturale è più sfilacciato, e soprattutto c’è meno sostegno da parte degli enti. Nuoro è l’unico capoluogo di provincia che la Regione non sostiene con fondi per il teatro. Abbiamo bisogno di aiuto, e per questo lanciamo un appello: il teatro San Giuseppe, che stiamo gestendo, se non è sostenuto dalla Regione, chiude. Non possono lasciarci così».
«Fu un’idea folle». Reduce da una trasferta a Tempio per un nuovo successo del MacBettu, e seduto vicino alla sua compagna di vita e di lavoro, Monica Corimbi, attrice, regista, produttrice teatrale, Giovanni Carroni ripercorre con la mente e con il cuore, questi ultimi tre decenni dalla nascita di Bocheteatro. E ancor prima, ma solo di qualche anno, ricorda gli inizi avventurosi con il teatro. Da quando, nell’84, al lavoro a tempo indeterminato alle Poste, comincia ad affiancare la passione profonda per il palcoscenico.
«Quando sei innamorato – ripete Carroni – sei un po’ folle. E quelli, per me, sono stati davvero tempi folli. Il mio primo monologo teatrale l’ho fatto alla biblioteca Satta: un collage di testi di Pirandello dove il filo conduttore era l’istinto omicida. Le prove di quello spettacolo le ho fatte nel forno del panificio Primo maggio. Poi, appunto, nell’88, è arrivata l’idea di far nascere una compagnia teatrale. L’idea iniziale l’hanno avuta due amiche, Manuela Annicchiarico e Salvatora Fadda. Con loro, il 28 marzo del ’88 è nata Bocheteatro. E già dal nome, un misto tra sardo e italiano, si capisce quello che avevo in mente di fare e che poi ho sempre fatto». Cominciano davvero tempi epici, per la compagnia teatrale appena nata.
Mi guardavano come un alieno. La prima sede, dice Carroni, fu «un vecchio scantinato attaccato alla chiesa di Santu Caralu. Ottimo per l’acustica, perché aveva la volta a botte, ma meno per l’umidità». I primi successi e le piacevoli scoperte: “Cantos de amistade” con Franceschino Satta. «Recitava al mio fianco – ricorda Giovanni Carroni – recitava se stesso». Era un vero teatro underground, ma underground sul serio, quello. «I nuoresi – dice Carroni – mi guardavano come un marziano, continuavano a chiedermi “Ma di lavoro cosa vuoi fare?”, come che fare teatro non lo fosse. E io, invece, tanto per tornare alla “follia”, mi sono licenziato dalle Poste, e poi è stato un susseguirsi di corse belle. Erano gli anni ’90, soffiavano forti i venti del cambiamento e della storia. Allora, il teatro era davvero sostenuto dagli enti. Penso, ad esempio, agli spettacoli o rassegne finanziati dall’allora Comunità Montana, ma anche dai comuni del circondario. C’era una grande sensibilità che purtroppo, ora, si è persa». Gli anni più ricchi. Gli anni più ricchi di fermento racconta Giovanni Carroni, furono quelli con Nerina Fiori assessore comunale alla Cultura. «Era una donna metodica, razionale, sobria. Ci aveva sostenuto in tutto, non solo noi». Ma quelli, dice Carroni, erano anni ricchi anche di collaborazioni, partner, compagni di viaggio come la biblioteca Satta, i musicisti del territorio, le sedi messe a disposizione con generosità da privati o scuole come la media numero 4.
«Oggi si fa meno rete». «E oggi? Oggi si fa meno rete – dice Carroni – e questo mi sconvolge. Oggi ognuno coltiva la sua tanca, il contesto culturale è più sfilacciato, e soprattutto c’è meno sostegno da parte degli enti. Nuoro è l’unico capoluogo di provincia che la Regione non sostiene con fondi per il teatro. Abbiamo bisogno di aiuto, e per questo lanciamo un appello: il teatro San Giuseppe, che stiamo gestendo, se non è sostenuto dalla Regione, chiude. Non possono lasciarci così».
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