La Nuova Sardegna

Nuoro

Omicidio Dore, Rocca in Cassazione

di Valeria Gianoglio
Omicidio Dore, Rocca in Cassazione

Il 20 aprile a Roma il processo di terzo grado al marito. Nel collegio difensivo entra l’avvocato di Berlusconi, Franco Coppi

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NUORO. La battaglia finale, dopo la condanna all’ergastolo arrivata in primo grado e confermato dalla corte d’assise d’appello, si giocherà tutta in una giornata, il 20 aprile a Roma. E Francesco Rocca, nonostante le due puntate precedenti perse, ha intenzione, evidentemente, di giocarsela fino in fondo. Nel collegio difensivo dell’ex dentista gavoese – in carcere perché in due gradi di giudizio è stato riconosciuto come mandante dell’omicidio della moglie Dina Dore, uccisa il 26 marzo del 2008 nel garage di casa a Gavoi – insieme ai due legali nuoresi Mario Lai e Angelo Manconi, entra infatti per la prima volta l’avvocato Franco Coppi.

Settant’anni, professore ordinario di diritto penale dal 1975, allievo di Giuliano Vassalli, avvocato di lunga esperienza in Cassazione dove in tanti lo considerano di casa. Tra i suoi assistiti, solo per restare agli ultimi anni, ci sono Silvio Berlusconi nel processo Mediaset e nel processo Ruby uno (dal quale era uscito vittorioso), Giulio Andreotti, la Thyssenkrupp, Antonio Fazio nello scandalo Antoneveneta, Gianni De Gennaro per i fatti della scuola Diaz, Vittorio Emanuele di Savoia. È un avvocato abituato alla ribalta, alle aule della Cassazione, ai casi più difficili e che hanno fatto discutere, dunque, Franco Coppi.

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E sin dai primi istanti nei quali ha avuto tra le mani il corposo fascicolo del processo Rocca sembra essersi appassionato alla vicenda e ai suoi aspetti giuridici. Gli stessi che nel corso dei primi due gradi di giudizio, del resto, i due legali di Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi, avevano più volte evidenziato davanti ai giudici di primo e secondo grado. Uno degli aspetti attorno ai quali, il prossimo 20 aprile, si giocherà la battaglia in Cassazione, ad esempio, sarà la questione della competenza territoriale della Dda. Fin dalle prime battute della vicenda processuale, del resto, i difensori del dentista gavoese, hanno sempre sostenuto che la Dda non fosse legittimata a sostenere l’accusa nel dibattimento perché si trattava di un omicidio, e non di un sequestro di persona. Ma la Dda ha sempre ribadito di averla eccome, la legittimazione, perché in realtà, un’inchiesta per tentato sequestro era stata aperta e stralciata dal procedimento originale. Uno stralcio che, per i difensori di Rocca, è stato solo un «mero espediente» che ha sottratto il dentista gavoese al suo giudice naturale.

Ma oltre alla questione della competenza territoriale e funzionale della Dda, il collegio difensivo di Rocca, in Cassazione, batterà molto anche su altre due questioni che hanno segnato il corso dei processi di primo e secondo grado: la questione del Dna e quella dei testimoni chiave mai chiamati a deporre in udienza, nonostante le ripetute richieste della difesa.

Tra i testi che non sono stati chiamati a deporre in aula nel corso dei due processi c’è anche il superteste, Stefano Lai. Il giocane di Gavoi che aveva rivelato di aver ricevuto la confessione, anni prima, dell’amico Pierpaolo Contu circa il coinvolgimento di quest’ultimo e di Francesco Rocca nel delitto di Dina Dore. Stefano Lai era stato sentito poi nel corso di un incidente probatorio: la sua testimonianza, dunque, era stata cristallizzata già da ben prima dell’avvio del processo di primo grado.

Ma per la difesa di Rocca, tuttavia, sia Lai sia qualche altro teste sentito in incidente probatorio, avrebbe dovuto essere comunque chiamato a deporre in aula perché, rispetto al periodo dell’incidente probatorio, erano emerse alcune circostanze nuove e ritenute determinanti per la difesa sulle quali Stefano Lai sarebbe stato interrogato.
 

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