Rapina milionaria a Nuoro, riaperte le indagini
di Luca Urgu
Il basista Mosè Ledda parla con i giudici. Ci sono tre nuovi indagati. Tra dieci giorni il confronto tra accusatore e accusati
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NUORO. Fino ad oggi era stato l’unico a pagare scontando otto anni e sei mesi di detenzione per la rapina milionaria all’istituto di vigilanza Over security a Nuoro. Per gli inquirenti e poi per i giudici che lo condannarono, Mosè Ledda era il basista del commando criminale che aveva messo a segno il colpo del 2006 che fruttò una cifra da capogiro. La banda – composta da cinque o sei persone – quella mattina prelevò dal caveau di via Dessanay, quattro milioni di euro per poi far sparire immediatamente le proprie tracce. Le indagini che portarono all’individuazione e all’arresto solo di Ledda nei mesi scorsi si sono clamorosamente riaperte. Nuovi scenari e i nomi dei presunti complici («sarebbero stati loro a dirmelo», avrebbe rivelato Ledda agli inquirenti) sarebbero venuti fuori proprio in seguito alle dichiarazione dell’ex guardia giurata. Abbastanza da far riaprire il fascicolo su uno dei colpi più incredibili mai commessi nel Nuorese e alla contemporanea iscrizione nel registro degli indagati di almeno tre persone. Tra queste, i nuoresi Ciriaco Satta, Antioco Siotto e Michele Bussu di Orgosolo.
Il primo era stato già investito la scorsa estate da un’inchiesta della Guardia di finanza che aveva messo la lente di ingrandimento sul patrimonio dell’uomo cresciuto sensibilmente dopo la rapina anche attraverso acquisti di aziende e attività. L’orgolese già condannato per altri episodi sta scontando una condanna a Torino. Tutti gli indagati chiamati in correità nei racconti di Ledda durante i suoi ripetuti incontri con il pm avrebbero avuto un ruolo in quel colpo milionario di dodici anni fa. Una partecipazione che a detta dell’ex guardia giurata gli avrebbero riferito loro stessi. Ieri mattina in un’aula preparata per l’occasione con tanto di paravento del tutto simile a quelle che si trovano negli ambulatori destinato a coprire la figura di Ledda dallo sguardo di alcuni degli indagati presenti e dai loro avvocati si doveva tenere l’incidente probatorio. Un momento fondamentale per l’accusa che aveva raccolto i nuovi elementi per cristallizzare la prova prima di eventuale processo. In realtà l’udienza in camera di consiglio nell’aula gup del palazzo di giustizia è saltata. La porta è rimasta chiusa solo per pochi minuti prima che il giudice Mauro Pusceddu aggiornasse al 23 marzo l’appuntamento a causa della rinuncia dell’avvocato Cecilia Bassu ad assistere uno degli indagati per un’incompatibilità deontologica. Gli altri erano invece difesi dagli avvocati Giuseppe Luigi e Antonio Cucca e da Giuseppe Talanas. Mosè Ledda era assistito dall’avvocato cagliaritano Alessandra Saba. L’atteso faccia a faccia tra accusatore e accusati o comunque l’ascolto davanti al giudice delle dichiarazioni di Ledda è così stato rimandato tra dieci giorni quando se tutto sarà in regola si procederà all’incidente probatorio per l’assunzione anticipata dei mezzi di prova nelle fasi precedenti al dibattimento. Intanto sarebbe comunque opportuno chiedersi cosa avrebbe convinto Mosè Ledda a fare a distanza di tempo dalla rapina e soprattutto dopo aver scontato la pena definitiva a vuotare il sacco. O almeno da fornire una sua ricostruzione dell’accaduto coinvolgendo presunti complici.
A suo tempo ad incastrarlo erano stati i movimenti del suo conto corrente, cifre decisamente alte per una guardia giurata che all’improvviso aveva cambiato vita. C’è comunque intanto da dire che i guai per Ledda, pur aver scontato interamente la sua pena nel 2011, non sono affatto finiti. Otto mesi fa il giudice per l’udienza preliminare Claudio Cozzella aveva rinviato a giudizio il fratello, le sorelle e i genitori dell’ex guardia giurata per riciclaggio. Sempre seguendo i soldi – ovvero gli in incrementi patrimoniali della famiglia – i loro conti correnti erano cresciuti proprio con quelle risorse provenienti dalla rapina milionaria. La vita borderline di Ledda ha avuto di recente anche un altro epilogo giudiziario. La scorsa estate era finito di nuovo in carcere per essere entrato armi in in una tabaccheria, ad Alghero. Ma il tabaccaio e un cliente reagirono facendolo finire a Bancali.
Il primo era stato già investito la scorsa estate da un’inchiesta della Guardia di finanza che aveva messo la lente di ingrandimento sul patrimonio dell’uomo cresciuto sensibilmente dopo la rapina anche attraverso acquisti di aziende e attività. L’orgolese già condannato per altri episodi sta scontando una condanna a Torino. Tutti gli indagati chiamati in correità nei racconti di Ledda durante i suoi ripetuti incontri con il pm avrebbero avuto un ruolo in quel colpo milionario di dodici anni fa. Una partecipazione che a detta dell’ex guardia giurata gli avrebbero riferito loro stessi. Ieri mattina in un’aula preparata per l’occasione con tanto di paravento del tutto simile a quelle che si trovano negli ambulatori destinato a coprire la figura di Ledda dallo sguardo di alcuni degli indagati presenti e dai loro avvocati si doveva tenere l’incidente probatorio. Un momento fondamentale per l’accusa che aveva raccolto i nuovi elementi per cristallizzare la prova prima di eventuale processo. In realtà l’udienza in camera di consiglio nell’aula gup del palazzo di giustizia è saltata. La porta è rimasta chiusa solo per pochi minuti prima che il giudice Mauro Pusceddu aggiornasse al 23 marzo l’appuntamento a causa della rinuncia dell’avvocato Cecilia Bassu ad assistere uno degli indagati per un’incompatibilità deontologica. Gli altri erano invece difesi dagli avvocati Giuseppe Luigi e Antonio Cucca e da Giuseppe Talanas. Mosè Ledda era assistito dall’avvocato cagliaritano Alessandra Saba. L’atteso faccia a faccia tra accusatore e accusati o comunque l’ascolto davanti al giudice delle dichiarazioni di Ledda è così stato rimandato tra dieci giorni quando se tutto sarà in regola si procederà all’incidente probatorio per l’assunzione anticipata dei mezzi di prova nelle fasi precedenti al dibattimento. Intanto sarebbe comunque opportuno chiedersi cosa avrebbe convinto Mosè Ledda a fare a distanza di tempo dalla rapina e soprattutto dopo aver scontato la pena definitiva a vuotare il sacco. O almeno da fornire una sua ricostruzione dell’accaduto coinvolgendo presunti complici.
A suo tempo ad incastrarlo erano stati i movimenti del suo conto corrente, cifre decisamente alte per una guardia giurata che all’improvviso aveva cambiato vita. C’è comunque intanto da dire che i guai per Ledda, pur aver scontato interamente la sua pena nel 2011, non sono affatto finiti. Otto mesi fa il giudice per l’udienza preliminare Claudio Cozzella aveva rinviato a giudizio il fratello, le sorelle e i genitori dell’ex guardia giurata per riciclaggio. Sempre seguendo i soldi – ovvero gli in incrementi patrimoniali della famiglia – i loro conti correnti erano cresciuti proprio con quelle risorse provenienti dalla rapina milionaria. La vita borderline di Ledda ha avuto di recente anche un altro epilogo giudiziario. La scorsa estate era finito di nuovo in carcere per essere entrato armi in in una tabaccheria, ad Alghero. Ma il tabaccaio e un cliente reagirono facendolo finire a Bancali.
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