«Perdono dopo vent’anni l’assassino di mio fratello»
di Stefania Vatieri
La sorella di don Muntoni in piazza con i detenuti di Badu ’e Carros e Mamone Nuova tappa del progetto “Giustizia riparativa” della coop Ut Unum Sint
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NUORO. «Vorrei tanto che qui tra di voi ci fosse l’assassino di mio fratello. Questo è un pensiero che mi ha attraversato tante volte in questi anni, perché mi sarebbe piaciuto fargli capire che dietro all’uomo che ha ammazzato, un prete amorevole e dedito alla sua comunità, c’è una famiglia che ancora oggi a distanza di vent’anni continua a soffrire. Ma soprattutto avrei voluto dirgli che nonostante il grande dolore che ha provocato e che mai potrà essere riparato, lo perdono. Spero che questi miei sentimenti gli possano essere di aiuto per capire ciò che ha fatto e intraprendere un percorso di espiazione».
Stringe il microfono tra le mani Caterina Muntoni, sorella di don Graziano, il sacerdote ucciso vent’anni fa a Orgosolo la vigilia di Natale, mentre dal palco di piazza Sebastiano Satta racconta la sua storia a un’attenta platea, tra questi anche 11 detenuti di massima sicurezza del carcere di Badu ’e Carros e tre provenienti dalla colonia penale di Mamone. Nel corso della terza tappa del progetto “Giustizia riparativa: dopo la vittima, dopo il reo, c’è la società”.
Un percorso da qualche anno portato avanti dalla cooperativa sociale Ut Unum Sint guidata da don Pietro Borrotzu, parroco della chiesa di Beata Maria Gabriella, che punta a superare l’idea della sanzione come pena e mira invece a ricostruire una relazione tra le persone coinvolte: vittime e colpevole. «Una giornata che ha come obiettivo quello di favorire il dialogo e il confronto tra i detenuti e la comunità con l’aiuto di esperti – spiega don Borrotzu –. L’incontro di oggi è frutto di un percorso che ci ha visti impegnati in due tappe fondamentali: a luglio scorso con un laboratorio di riflessione tra vittime e autori di reato e a novembre con un seminario di studi organizzato nel salone della Camera di commercio – sottolinea il parroco –. Anche stavolta abbiamo coinvolto gli studenti dell’Istituto Ciusa perché il nostro messaggio arrivi anche alle nuove generazioni». Di giustizia riparativa hanno parlato anche i detenuti coinvolti nell’iniziativa è convinti del fatto che «guardarsi dentro aiuta a cambiare vita – raccontano alcuni di loro nel corso dell’evento –. Eravamo vuoti, sordi e impassibili di fronte alla vita umana, ora il dolore per ciò che abbiamo commesso è venuto fuori, una sofferenza che purifica grazie al percorso fatto con don Borrotzu».
Un tema sul quale ruota l’attività della parrocchia di via Biasi, da anni punto di riferimento con il suo Centro di aggregazione sociale per il mondo carcerario dove attraverso l’accoglienza dei familiari e dei detenuti in permesso premio e di quelli che accedono alle misure alternative, sta portando avanti il progetto sulla giustizia riparativa.
«Ormai da un po’ di tempo stiamo facendo questo percorso che rientra a pieno titolo nell’ordinamento giudiziario – sottolinea don Borrotzu – si tratta del completamento di una serie di attività che ci vedono impegnati ormai da otto anni con le problematiche dei reclusi. Tutt’oggi sono 15 i detenuti che abbiamo in affidamento e che sono anche coinvolti in importanti momenti formativi, tra questi appunto il tema caldo della giustizia riparativa». La giornata è stata anche l’occasione per mettere in scena alcuni estratti dello spettacolo teatrale scritto e interpretato dalla compagnia dei detenuti di Badu ’e Carros Nuova Jobia, diretta dall’educatore Pieteo Era, dal titolo “Pane e cipudda”.
Oltre che una raccolta di fondi per sostenere il progetto “Gemma”, del Centro di aiuto alla vita come azione riparativa alle vite offese dai reati.
Stringe il microfono tra le mani Caterina Muntoni, sorella di don Graziano, il sacerdote ucciso vent’anni fa a Orgosolo la vigilia di Natale, mentre dal palco di piazza Sebastiano Satta racconta la sua storia a un’attenta platea, tra questi anche 11 detenuti di massima sicurezza del carcere di Badu ’e Carros e tre provenienti dalla colonia penale di Mamone. Nel corso della terza tappa del progetto “Giustizia riparativa: dopo la vittima, dopo il reo, c’è la società”.
Un percorso da qualche anno portato avanti dalla cooperativa sociale Ut Unum Sint guidata da don Pietro Borrotzu, parroco della chiesa di Beata Maria Gabriella, che punta a superare l’idea della sanzione come pena e mira invece a ricostruire una relazione tra le persone coinvolte: vittime e colpevole. «Una giornata che ha come obiettivo quello di favorire il dialogo e il confronto tra i detenuti e la comunità con l’aiuto di esperti – spiega don Borrotzu –. L’incontro di oggi è frutto di un percorso che ci ha visti impegnati in due tappe fondamentali: a luglio scorso con un laboratorio di riflessione tra vittime e autori di reato e a novembre con un seminario di studi organizzato nel salone della Camera di commercio – sottolinea il parroco –. Anche stavolta abbiamo coinvolto gli studenti dell’Istituto Ciusa perché il nostro messaggio arrivi anche alle nuove generazioni». Di giustizia riparativa hanno parlato anche i detenuti coinvolti nell’iniziativa è convinti del fatto che «guardarsi dentro aiuta a cambiare vita – raccontano alcuni di loro nel corso dell’evento –. Eravamo vuoti, sordi e impassibili di fronte alla vita umana, ora il dolore per ciò che abbiamo commesso è venuto fuori, una sofferenza che purifica grazie al percorso fatto con don Borrotzu».
Un tema sul quale ruota l’attività della parrocchia di via Biasi, da anni punto di riferimento con il suo Centro di aggregazione sociale per il mondo carcerario dove attraverso l’accoglienza dei familiari e dei detenuti in permesso premio e di quelli che accedono alle misure alternative, sta portando avanti il progetto sulla giustizia riparativa.
«Ormai da un po’ di tempo stiamo facendo questo percorso che rientra a pieno titolo nell’ordinamento giudiziario – sottolinea don Borrotzu – si tratta del completamento di una serie di attività che ci vedono impegnati ormai da otto anni con le problematiche dei reclusi. Tutt’oggi sono 15 i detenuti che abbiamo in affidamento e che sono anche coinvolti in importanti momenti formativi, tra questi appunto il tema caldo della giustizia riparativa». La giornata è stata anche l’occasione per mettere in scena alcuni estratti dello spettacolo teatrale scritto e interpretato dalla compagnia dei detenuti di Badu ’e Carros Nuova Jobia, diretta dall’educatore Pieteo Era, dal titolo “Pane e cipudda”.
Oltre che una raccolta di fondi per sostenere il progetto “Gemma”, del Centro di aiuto alla vita come azione riparativa alle vite offese dai reati.
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