La Nuova Sardegna

Nuoro

Il mistero della bimba ai piedi del Cristo nelle lettere di Jerace

di ALESSANDRO MELE
Il mistero della bimba ai piedi del Cristo nelle lettere di Jerace

Curiosità e aneddoti nella corrispondenza inedita tra la famiglia di Elettrio Corda e tre figli dello scultore

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Sono tanti gli aspetti inediti che hanno riguardato la statua del Redentore, fatti che sono rimasti un mistero fino alla fine degli anni ’70 quando è la famiglia Corda Mura a prendersi onori e oneri nell’intraprendere un viaggio alla scoperta di Jerace, un animo turbato dai noti fatti personali che si svela in quasi due decenni di corrispondenza tra la famiglia dello studioso Elettrio Corda e ben tre figli dello scultore: Luigi e Fortunato, figli di Vincenzo e della contessa Pompeati, e Luisa, figlia di seconde nozze. Le centinaia di lettere si mischiano tra loro con date e aneddoti che portano alla luce il senso più profondo di un’opera che va oltre il dono di Leone XIII e che si presenta per quello che realmente è, svelando interrogativi passati alla storia grazie a una sorpresa finale: pagine inedite e autografe del diario di Vincenzo Jerace (comprendenti la sua vita artistica dal 1900 al 1939) che hanno il merito di mettere la parola inizio ma anche la parola fine a numerosi misteri che hanno fatto la storia di Nuoro. È il 2 giugno 1977 quando Luigi Jerace porta a conoscenza dei nuoresi la vera natura di quel viso posto ai piedi della statua e lo fa, come sempre, attraverso una lettera indirizzata a Elettrio Corda: «La testina di bimba – scrive – raffigura le sembianze di una mia sorellina che si chiamava Maria Jerace morta in tenera età, un anno ma forse meno. Suppongo sia nata nel 1897 o 1898. Fu per mio padre un gran dolore e volle ricordarla nel bronzo del Cristo e questo è l’unico segno che ricorda questa piccola bambina passata dalla vita alla morte come un fiore che sboccia e muore in pochi mesi». Una rivelazione su quel volto noto ai più come “su diauleddu” che spiega il senso della frase riportata testualmente nel diario dell’artista: «Un viso di pargola sorridente, l’umanità sempre bambina al cospetto di Gesù». Sono sempre le 10 pagine autografe del diario di Vincenzo Jerace dedicate al Redentore a svelare un altro dettaglio inedito: «Plasmato il bozzetto che ancora conservo lo mandai a Nuoro e suscitò unanime consenso. Fra le poesie che mi pervennero è il sonetto del giovanissimo poeta Giovanni Antonio Mura. Il suo nome è inciso in oro indelebilmente nel sasso glorioso sul quale poggia il lembo del panno del Redentore da lui cantato e dipinto. Ignoravo il fondo etico e religioso dell’anima sarda e dopo la lettura del sonetto mi si aprirono gli occhi in una più grande e profonda visione del compito che si imponeva alla missione educativa e redentrice del mio Gesù. L’ardente poeta venne a vedere la statua ultimata in creta – conclude Jerace – stette circa mezz’ora mirando taciturno il colosso e collocato l’ombrello sotto la pianta del piede sinistro disse: “Tornato a Nuoro mostrerò questo ombrello al mio vescovo De Martis così si formerà un’idea sulla grandezza della statua che l’isola tutta è ansiosa di vedere”. E partì da me e dopo l’inaugurazione anche da questo mondo». Queste e altre curiosità inedite sono raccolte nella corrispondenza ma soprattutto nel diario dello scultore, messe nero su bianco anno per anno e con ricchezza di particolari come la realizzazione di opere per la famiglia Guiso Gallisay o della sua visita a Nuoro del 1902 che resterà l’unica della famiglia Jerace per tanto tempo, fino a quando nel maggio ’77 è sempre Elettrio Corda a portare la figlia Luisa Jerace a pregare sotto il ciclopico altare dell’Ortobene, dal ’77 ad oggi nessun’altra visita.

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