La Nuova Sardegna

Nuoro

L’anima di un popolo in viaggio

di FRANCESCO PIRISI
L’anima di un popolo in viaggio

Un rito secolare che rinnova la partecipazione corale dell’intera Sardegna 

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Il Redentore è un incontro tra sacro e profano. L’uno dà l’opportunità di vita al secondo, quest’ultimo aggiunge attese e attori all’evento religioso. Senza che qualche parte ne esca limitata, se non mutata nei connotati. L’armonia dei motivi, anche nell’immagine d’esportazione.

Ancora di più da quando nell’unità della sagra è stata innestata la scansione dei momenti, che sono quelli del folclore, con le maschere tipiche, i cavalieri, gli abiti della tradizione, e per la parte religiosa l’omaggio di fede al Cristo Redentore, con la messa officiata dal vescovo, in cima al monte. Celebrazione votiva sempre e in maniera inderogabile il 29 agosto. Perché in questo giorno, nel 1901, il monumento bronzeo dello scultore calabrese Vincenzo Jerace fu inaugurato, dopo il viaggio da Napoli (luogo dell’officina della fusione), con il piroscafo Tirso, e il trasferimento da Cagliari a Nuoro sui vagoni della ferrovia reale. In tre “pezzi”, il carico, portato in cima sopra i carri a buoi. Durante il Ventennio, quando ogni atto ed evento erano dentro la regia del partito, la festa si è arricchita di canti popolari, fuochi d’artificio, corse a cavallo. Il fatto, destinato a segnare il percorso della sagra, fu l’invito alle comunità dell’isola a partecipare al Redentore con l’abito antico (“su vestire rusticu”). Il viaggio era incentivato con lo sconto sul biglietto del treno o della corriera. Per i costumi, sino ad allora confusi tra i pellegrini, anche la prima vetrina, dietro il simulacro nella processione intorno all’anello, ma solo una volta chiusa la funzione eucaristica. Il Redentore di Nuoro dalla sua istituzione ecclesiale è un riferimento per soddisfare l’esigenza spirituale dell’uomo barbaricino e del sardo più in generale. Nelle cronache fedeli che giungevano nella cittadina alla vigilia della ricorrenza, con tappa nella cattedrale, per una preghiera d’ingresso.

La Nuoro del tempo è anche uno dei pochi mercati dove procurarsi utensili per la casa e attrezzi per il lavoro dei campi. Il sistema di vendita e acquisto è quello della lotteria. Nuoresi e forestieri, i secondi amici e compari dei primi, si sono spesso uniti nella processione all’alba verso l’Ortobene, guidata dai presbiteri del capitolo, e con i passaggi obbligati della Solitudine, di “Sae sos frores”, dove la statua appare ai pellegrini. Nel dopo-messa, i pranzi in cima al monte o negli ovili dei suoi versanti, anch’essi momento sacro per l’ospitalità chiamata a rinnovare il proprio rito. Come a vivere a stretto contatto col Redentore, tanti nuoresi vi hanno costruito casa dal principio del ‘900, per poi trascorrervi l’estate. C’è l’arrivo, il soggiorno, la novena per la ricorrenza che onora la madonna del Monte, la festa del Redentore, e in mezzo serate di canti e balli. Prima della ridiscesa in città, segnata dal pranzo di commiato, da consumare all’ombra de “s’arbule primu”, una quercia posta al limite della salita. La rassegna dei costumi, cavalieri, delle maschere proiettano nel mondo l’immagine della terra e della festa di Nuoro. Ha qualcosa di religioso, per contagio o perché senza il fattore “primo” mancherebbe anche ad essa la più intrigante tra le occasioni.

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