«Sviluppo turistico: ambiente e cultura le carte da giocare»
di Paolo Merlini
La ricetta della manager Patrizia Asproni per le aree interne «Mancanza di folla e conservazione dei luoghi i nuovi valori»
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NUORO. La forza della Sardegna centrale, paradossalmente, potrebbe apparire come la sua debolezza: aver saltato un giro, per così dire, rispetto a realtà dove i flussi turistici sono cominciati diversi decenni fa. «Flussi che però oggi sono diventati di massa, portandosi dietro sovraffollamento, gentrificazione e omologazione culturale, solo per citare alcuni effetti collaterali. E hanno fatto perdere unicità e autenticità». Parole di Patrizia Asproni, nuorese di nascita e cittadina del mondo, una delle più affermate manager culturali d’Italia: presidente di ConfCultura, l’associazione che raggruppa i musei gestiti da enti o fondazioni private, ha guidato Torino Musei, è stata direttore beni culturali del gruppo Giunti, responsabile marketing del gruppo l’Espresso, componente del Comitato per Expo 2015. Oggi presiede la Fondazione Marino Marini a Firenze. Viaggia molto e il suo parere è richiesto, anche a livello internazionale, per capire il futuro più prossimo del mondo dei musei d’arte. All’evento Nuoro Travel Week, che apre oggi all’università di via Salaris, la sua lectio magistralis dal titolo “Cultura driver di sviluppo”, prevista nel primo pomeriggio, è una delle relazioni più attese.
Patrizia Asproni crede che la chiave dello sviluppo economico, e anche turistico, di questo territorio sia in una efficace valorizzazione dei beni culturali. «Penso sia finita l’era delle cattedrali nel deserto. Non solo hanno tradito le aspettative, ma hanno creato un’infinità di guai», dice, riferendosi all’industrializzazione ormai defunta della Sardegna centrale. «Noto che finalmente si sta prendendo coscienza dell'importanza dei beni culturali, e tra questi includo il paesaggio e l'ambiente. Prevale una visione olistica, per usare un termine di moda, dove diventano un valore la mancanza di folla e la conservazione meravigliosa dei luoghi. Questo può accadere a maggior ragione in un luogo come questa parte di Sardegna, dove si pensava che fosse una disgrazia essere rimasti fuori dal mainstream. Al contrario io penso sia un vantaggio: l'aver saltato un giro potrebbe tornare utile».
«Dobbiamo guardare a questo come un punto di forza e non di debolezza – dice Patrizia Asproni – visto che ciò viene cercato e richiesto, nel turismo, è la famosa esperienza, anche se ormai siamo già oltre questo, cioè siamo alla condivisione della filosofia di un’idea di luogo. Altri si sono drogati di airbnb, gentrification, eccesso di turismo, che ormai viene vissuto come un'invasione. È appunto il paradosso del turismo».
Nei mesi scorsi, quando Nuoro e il suo territorio erano in corsa per il titolo di capitale italiana della cultura 2020, Patrizia Asproni è stata una fan convinta della candidatura della sua città. «Credo che Nuoro meritasse veramente di farcela, e credo anche che lo spirito della nomina a capitale italiana della cultura sia offrire un’occasione a luoghi meno conosciuti che possano offrire una dimensione diversa rispetto ad altre realtà più grandi e già note. Ho letto tante critiche e le ho trovate immotivate. Penso che per Nuoro e per tutta la Sardegna sia stata comunque un’esperienza positiva: ho avuto la sensazione che l’isola avesse ritrovato un’unità in questa candidatura. È stata inoltre un’esperienza che ha rinnovato l’entusiasmo, specie tra le generazioni più giovani, e che ci sia la volontà di non perdere quanto è stato conquistato: già il fatto di aver costituito una rete tra le città finaliste sia un ottimo segnale».
Patrizia Asproni crede che la chiave dello sviluppo economico, e anche turistico, di questo territorio sia in una efficace valorizzazione dei beni culturali. «Penso sia finita l’era delle cattedrali nel deserto. Non solo hanno tradito le aspettative, ma hanno creato un’infinità di guai», dice, riferendosi all’industrializzazione ormai defunta della Sardegna centrale. «Noto che finalmente si sta prendendo coscienza dell'importanza dei beni culturali, e tra questi includo il paesaggio e l'ambiente. Prevale una visione olistica, per usare un termine di moda, dove diventano un valore la mancanza di folla e la conservazione meravigliosa dei luoghi. Questo può accadere a maggior ragione in un luogo come questa parte di Sardegna, dove si pensava che fosse una disgrazia essere rimasti fuori dal mainstream. Al contrario io penso sia un vantaggio: l'aver saltato un giro potrebbe tornare utile».
«Dobbiamo guardare a questo come un punto di forza e non di debolezza – dice Patrizia Asproni – visto che ciò viene cercato e richiesto, nel turismo, è la famosa esperienza, anche se ormai siamo già oltre questo, cioè siamo alla condivisione della filosofia di un’idea di luogo. Altri si sono drogati di airbnb, gentrification, eccesso di turismo, che ormai viene vissuto come un'invasione. È appunto il paradosso del turismo».
Nei mesi scorsi, quando Nuoro e il suo territorio erano in corsa per il titolo di capitale italiana della cultura 2020, Patrizia Asproni è stata una fan convinta della candidatura della sua città. «Credo che Nuoro meritasse veramente di farcela, e credo anche che lo spirito della nomina a capitale italiana della cultura sia offrire un’occasione a luoghi meno conosciuti che possano offrire una dimensione diversa rispetto ad altre realtà più grandi e già note. Ho letto tante critiche e le ho trovate immotivate. Penso che per Nuoro e per tutta la Sardegna sia stata comunque un’esperienza positiva: ho avuto la sensazione che l’isola avesse ritrovato un’unità in questa candidatura. È stata inoltre un’esperienza che ha rinnovato l’entusiasmo, specie tra le generazioni più giovani, e che ci sia la volontà di non perdere quanto è stato conquistato: già il fatto di aver costituito una rete tra le città finaliste sia un ottimo segnale».
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